La moda ha sempre orbitato attorno alle “Settimane della moda”, organizzate tra febbraio e inizio marzo e tra settembre e inizio ottobre nelle quattro capitali del settore: New York, Londra, Milano e Parigi.

Parlando storicamente: le Settimane della moda di oggi si sono sviluppate a partire dalle “Semaine des défilés” parigine di inizio Novecento, quando i venditori assumevano le modelle per indossare i vestiti nei ristoranti di lusso (mi viene in mente la sfilata proposta questa stagione da “Ashi Studio”), agli ippodromi, nelle sale da tè. Allo stesso tempo si stabilirono le presentazioni di “haute couture”, cioè l’alta moda, che si tengono tuttora due volte l’anno, a gennaio e luglio, calendario che ricalca quello della corte di Luigi XIV, che trasformò Parigi nel centro dell’industria tessile di lusso, facendo uscire tessuti nuovi dire volte l’anno.

A New York, sull’esempio dei défilés, grandi magazzini e negozi organizzarono presentazioni simili per conquistare nuovi clienti. Parigi era all’epoca il centro della moda globale e attirava compratori e stampa da tutto il mondo. Durante la Seconda guerra mondiale la produzione si ridusse e i giornalisti americani non riuscivano a spostarsi in Francia; così nel 1943 la giornalista Eleanor Lambert organizzò la prima “press week”, la settimana della stampa, per presentare i lavori degli stilisti statunitensi. Da allora si alternarono due volte all’anno, contribuendo allo sviluppo della moda americana.

Sulla sinistra, una collezione di Mary Quant in una sfilata a Milano il 2 marzo 1967.
Sulla destra, una sfilata di Andre Courreges dell’8 marzo 1964.

Ricalcato l’aspetto storico, vediamo ora perché il sito “Vox” ha criticato così tanto “Le Settimane della moda” e perché pensa che ci sia un decadimento generale.

La crisi è data, in primis, dalla rapidità della produzione, il che comporta un continuo rinnovarsi, dal fatto che ci sono sempre più collaborazioni, che quindi vanno a snaturare la realtà storica del brand che presenta la nuova collezione, e dal fatto che ormai è possibile acquistare tutto online, anche capi di alta moda.

Louis Vuitton Supreme Gucci Burberry Interbrand Best Brands Tesla Apple Microsoft Google
Un esempio è la Collab che nessuno si sarebbe mai aspettato: Louis Vuitton x Supreme, due mondi e due modi di concepire la moda completamente diversi, anche se proprio da questo impulso è stata presala scelta di mettere come designer del menswear di LV Virgil Abloh.

Altra situazione che ha comportato certamente la crisi è l’avvento e l’importanza crescente dei blogger, di Instagram e degli influenze, legata, quindi, anche alla crisi della stampa tradizionale e la continua richiesta di nuovi prodotti da parte dei clienti.

Questi cambiamenti hanno indebolito soprattutto le settimane di New York e Londra, dando sempre più visibilità a quelle di Milano e Parigi, mentre piccole Settimane satelliti, vedi quella di Roma (“AltaRoma”), vengono organizzate in qualsiasi città che abbia qualche ambizione nel settore, portando anche a risultati catastrofici, come nel caso della Settimana a Stoccolma, in cui parteciparono, nel 2016, solamente 25 giornalisti.

La critica è rivolta soprattutto alla New York Fashion Week, la quale è accompagnata puntualmente da editoriali che ne decretano la morte imminente, e sostengono si sia trasformata in una “stupidaggine” per celebrità e influencer, dove pullulano eventi buoni per Instagram ma dove latita la creatività… Sta succedendo anche in questi giorni.

Un esempio è Sarah Ellen, che veste Kate Spade, Dion Lee e Louis Vuitton.

Concentriamoci ora sulla NYFW, la Settimana più criticata.

Riguardo questa situazione, la NYFW a inizi anni 2000 era cresciuta fino a inglobare 300 sfilate. Nel 2010 il Bryant Park divenne troppo piccolo e le sfilate vennero spostate nelle piazze del Lincoln Center: era un po’ più lontano dal Garment District, dove c’erano gli studi di molti stilisti, ma c’era il 30 per cento di spazio in più e una migliore tecnologia per gli eventi digitali. L’anno dopo vennero trasmesse in streaming su YouTube le prime sfilate: fino a quel momento si partecipava solo su invito ma ora chiunque poteva assistere, anche se solo dal proprio salotto.

Internet favorì la democratizzazione della moda anche attraverso i fashion blog, dove chiunque poteva pubblicare le foto dei suoi vestiti, dare consigli sugli abbinamenti, dire la sua sulle collezioni e contribuire alla diffusione o alla stroncatura di nuove tendenze. Alcuni si imposero su altri, diventando autorevoli e finendo per affiancare la stampa tradizionale, fino a quel momento incontrastata. I marchi, a New York come nelle altre grandi capitali, iniziarono a invitare alle loro sfilate i fashion blogger, antesignani degli attuali influencer: vestiti spesso in modo vistoso per farsi notare, attiravano l’attenzione dei fotografi in attesa delle sfilate, finendo per creare uno spettacolo alternativo. Contrariamente ai giornalisti tradizionali poi, condividevano con i lettori le immagini e i video delle passerelle, allargando virtualmente la platea delle sfilate e diventando  sempre più un punto di riferimento per i loro follower.


Happilygrey’s Mary Lawless Lee vestono Zimmermann

Nel 2015 le sfilate di New York vennero spostate anche dal Lincoln Center. Molti stilisti però scelsero altre sedi per i loro eventi: Alexander Wang affittava enormi magazzini e le sfilate sconfinavano in feste lunghe tutta la notte, altri ripiegavano su presentazioni in showroom, più intime, curate ed economiche, considerato che nel 2014 una sfilata costava circa 200 mila dollari.

Nel frattempo gli streaming sempre più frequenti delle sfilate, l’ascesa degli influencer e la condivisione fulminea delle immagini su Instagram stavano sgretolando il funzionamento delle sfilate di tutto il mondo. L’intervallo di sei mesi tra la presentazione dei vestiti e la loro messa in vendita aveva senso se rivolta agli addetti ai lavori, ma perdeva vantaggi se offerta a un pubblico disposto a comprare subito quello che desiderava, nel momento in cui lo scopriva.

Questa attesa portò a un indebolimento del desiderio dei compratori, per questo nel 2016 molte aziende, come Burberry, Tom Ford e Tommy Hilfiger, adottarono la strategia del “see now, buy now”, che permette di acquistare subito online i capi delle nuove collezioni; in alcuni casi erano rapidamente disponibili anche nei negozi.

Per questo alcuni, tra cui Burberry, ora propongono collezioni in linea con la stagione in corso, facendo cioè sfilare i vestiti autunnali a settembre e ottobre, e quelli primaverili a febbraio e marzo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.