Noi, ragazzi del 2000, vestiamo senza sapere quale sia il valore della moda che stimola il ricordo: il vintage.

C’è chi ne fa una filosofia di vita, chi uno stile, chi una necessità, senza pensare al giudizio esterno che ne può derivare. 

La tendenza che prima vedeva il vintage come qualcosa di lontano, proprio di un determinato tipo di persone, si è invertita, soprattutto grazie ai negozi che hanno fatto del vintage il loro punto di forza: in Italia, quando si vuole trovare il vero vintage, si deve – almeno per una volta – uscire di casa, non come i soliti babbi dal culo pesante e dal dito leggero che ordinano su internet e si fanno arrivare il pacchettino a casa.
Bisogna andare nei negozi specializzati, come per esempio, a Roma, il negozio simbolo chiamato “Pifebo”, dove i fondatori non ne fanno un business ma un culto. 

Se pensiamo ad altre città d’Italia, i negozi vintage sono diversi: a Milano “Cavalli e nastri”, a Torino “Charly”, a Firenze “Street Doing Vintage Couture”, a Napoli “Manhattan” e a Palermo “Très Chic”.

Lo stesso mondo del Vintage ha subito dei condizionamenti provenienti dai nuovi influssi della moda: la tendenza si è spostata sicuramente verso il mondo dello streetwear, quindi capi vintage come Fila, Champion, Asics e Umbro sono ritornati in voga, a un prezzo più alto di quanto si potesse aspettare.
Adattandosi a queste nuove tendenze, i negozi sono aumentati e anche le proposte al pubblico si sono sempre più differenziate, riportando capi che indossavamo da piccoli senza saperne il “possibile valore futuro” a capi di tendenza: basti vedere la tuta Adidas Classic 3-stripes con i bottoni che Adidas, ormai, ha riproposto negli ultimi anni nonostante avesse bloccato la produzione per qualche periodo.

Così come il mondo del vintage ha subito condizionamenti dal mondo della moda attuale, è successo anche il contrario: molti brand hanno ripreso lo stile anni ’90 riadattandolo nelle loro nuove collezioni, basti pensare a Kappa, Stussy ed Ellesse.

Questa tendenza ha portato a proporre anche vestiti di grandi brand, proponendo capi di ottima qualità a prezzi bassissimi rispetto ai capi di nuova produzione: basti pensare che un Trench Burberry di seconda mano nei Vintage Store, sia fisici, sia online, costi massimo 250 euro, quando il prezzo a retail dello stesso capo della nuova stagione non sta sotto i 900.

Il vintage, però, ha i suoi difetti: anche se la qualità dei capi vintage proposti è aumentata rispetto a 10/20 anni fa perché si fa più attenzione al pubblico e a ciò che viene proposto, spesso si rischia di trovare capi rovinati e non ben gestiti. Questa situazione si nota soprattutto nelle scarpe – che secondo il mio parere – non dovrebbero essere vendute negli store vintage.

Un altro motivo potrebbe essere quello della veridicità del capo e sorge spesso un dubbio: “chi mi assicura che il capo che sto comprando non sia fake?”. La maggior parte delle volte, infatti, i vestiti non hanno etichette che assicurino la veridicità del capo, come è normale che sia dato che sono stati usati, ma capita, molto spesso, che manchino anche quelle sul collo e quelle riferite al tipo di lavaggio da adoperare e che specifica il “Made in …”.

E voi, che ne pensate?

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