È arrivato il mantello invisibile!

Se pensavate che per essere invisibili bisognava essere muniti di cargo e tute mimetiche, vi sbagliavate!

La tecnologia del Camouflage è arrivata a partorire delle tute invisibili!

Fake news? Clickbate?

No!

4 steps:

  • Rilevamento oggetti maskrcnn
  • Generazione automatica trimap
  • Opacizzazione immagine
  • Vernice opencv

Queste parole a meno che tu non sia esperto di programmazione di software o conosca il linguaggio digitale saranno incomprensibile, be ti basta sapere che esiste uno studio di design per media interattivi che, lo fa per te.

Questo studio si chiama RNDR sviluppa strumenti e processi e programma codici che poi vengono estesi in vari ambiti.

Uno dei settori, non poteva che essere la moda: Infatti questo studio ha preso un frame della sfilata Fall-Winter 2018/2019 Uomo, firmata Giorgio Armani, e attraverso i passaggi citati prima, ha fatto sì che sembrasse che i modelli sfilassero indossando vere e proprie tute invisibili.

Ma non è stato l’unica sfilata a cui RNDR ha riservato questo programma, l’altra è stata la Shift Souls, la Haute Couture 2019, firmata Iris Van Herpen.

RONNIE FIEG E FRANCKY B. SI UNISCONO PER KITH PARIS

Ronnie Fieg è considerato uno delle figure più influenti nell’industria del footwear e del retailing.
Apre il suo primo store, KITH, l’11 novembre 2011 a New York ed ha continuato ad aprirne fino ad arrivare ad un totale di 8 store.
Si pensava potessero bastare, e invece no!

Durante la Paris Fashion Week – ed in particolare durante la runway di Alyx – il designer e Zack Bia, noto influencer americano, sono stati avvistati in compagnia di un francese, su Instagram chiamato Francky B., che ha fatto parte del team di Sneakerness France fino a poco tempo fa.

Qual è la connessione tra Fieg e Francky? A detta di tutti si pensava che lui sia un papabile socio per l’apertura e la gestione di KITH Paris.
Proprio oggi, 26 giugno 2019, ci è arrivata la conferma tramite il profilo Instagram del francese.
Quest’ultimo ha postato un video in cui Ronnie Fieg firma un contratto e nella descrizione scrive: “Francia per favore accogli KITH come merita”.

Avete capito bene: il nono KITH store aprirà a Parigi entro Natale 2019 in pieno centro! E non sarà nemmeno piccolo!
Infatti, si dice che per questo nuovo flagship store i due abbiano deciso di occupare 5 piani di un palazzo per un totale di 1200 mq ed abbiano investito circa 5 milioni di dollari.

Insomma, a quante pare a Ronnie Fieg non bastavano le collaborazioni con Versace, New Balance o Saucony ed ha deciso di caricare sul piatto della scena del retail il suo pezzo da 90!

FINALMENTE PATTA.

Come abbiamo già scritto il 13 febbraio 2019 – anche se fondatori di altri magazine ci hanno detto che non siamo stati abbastanza chiari perché “scritto da porco” – in un articolo, durante la Paris Fashion Week si vociferava di una papabile apertura del colosso streetwear olandese in Italia, precisamente a Milano.

La conferma ufficiosa è arrivata il 13 maggio, quando Vincenzo Berlen, noto collezionista di sneakers milanese, pubblica una foto sul suo profilo Instagram della collaborazione tra Jordan e Patta scrivendo in descrizione “coming soon in your town”.


La conferma ufficiale, invece, arriva il 10 giugno, quando la notizia viene rilasciata sul profilo Instagram di Patta scrivendo in descrizione “Coming soon…” con la geolocalizzazione attiva nella città di Milano.

Ebbene sì, un passo importante per la community italiana streetwear lo segna Patta, aprendo ufficialmente al pubblico giovedì 13 giugno 2019 in Galleria Unione, 4.

Per inaugurare questo splendido inizio, oggi, mercoledì 12 giugno, Patta ha organizzato un party friends & family per l’apertura del suo nuovo flagship store, che, almeno per ora, è brandizzato e sponsorizzato Jordan.

Patta ha fatto il primo passo, chissà se finalmente anche altri colossi del mondo della moda underground, come Supreme o Kith, sbarcheranno in Italia
Rimanete aggiornati per ulteriori notizie!

UPDATE: Ecco alcune foto dello store dall’esterno durante il private party!

Dropout – Milano. Intervista ai fondatori: Kola Tytler e Andrea Canziani

Lo streetwear ormai è una passione per tutti, ma noi di Draftin siamo voluti andare a Milano per sentire due ragazzi con il secondo negozio di Reselling d’Italia e il primo a Milano, Dropout, i cui fondatori, Kola Tytler e Andrea Canziani, si sono sottoposti ad alcune domande, facili, ma scomode.

1. Com’è nata l’idea e perché è nata?

K: “L’idea di Dropout nasce da una mia passione, e di altri ragazzi conosciuti negli ultimi anni, di portare a Milano un concetto nuovo, sulla base di quelle che erano le nostre esperienze sia nel mondo delle streetwear, sia del reselling, e non solo. E’ nata perché io e il mio socio, Andrea, abbiamo visto l’opportunità di creare un negozio fisico in una scena che era quella del reselling, a Milano”.

2. Come si è sviluppata e che tipi di investimenti sono stati fatti?

K: “In realtà già io, Andrea, Federico e Stefano avevamo parlato, in maniera molto vaga, della possibilità che ci fosse un negozio di reselling a Milano. Poi a Primavera ho contattato Andrea con un’idea più seria e strutturata, anche se entrambi eravamo alle prime armi e alla prima attività. Da qui abbiamo messo su un team e, attraverso un grande iter burocratico, ci siamo riusciti.

Da lì abbiamo ricercato tutto ciò di cui necessita un negozio, soprattutto un designer che ci aiutasse per l’immagine del negozio.

Riguardo gli investimenti sono interamente nostri e non abbiamo ricevuto nessun fondo esterno”. 


3. Le prime scarpe che avete cominciato a vendere, come le avete ottenute? Comprando a Resell e vendendo a un prezzo maggiore o subito comprando a retail e partecipando alle Raffle?

K: “Per quanto riguarda me, la prima scarpa che ho venduto a prezzo di Resell, perché altre le avevo già vendute, è stata la Yeezy Boost 350 “Turtle Dove”, quando vinsi la Raffle a Londra. Kanye venne all’evento e firmò le scatole. Avevo quindi il paio autografato e lo riuscì a vendere dopo qualche settimana. Da allora me ne pentii e, poiché al tempo lavoravo e avevo una determinata disponibilità, decisi di comprare un altro paio, non autografato, e da lì con tutte le release successive ero più propenso ad acquistare più paia, in modo tale da poterne tenere un paio e venderne un altro, così da ripagare il primo”.

4. Come gestite il canale social?

K: “L’abbiamo gestito noi fino a oggi (giorno dell’intervista), ma abbiamo deciso di prendere contatti con un’agenzia che si occuperà di strutturare le immagini in maniera più ordinata, più corporate”.

5. Avete qualche altro negozio in Italia o all’estero (Kola a Londra)?

K&A: “No no, nessuno dei due. Io, Kola, ho lavorato con altri negozi a Londra e a Parigi”.

6. Com’è il mondo dello streetwear per voi? E com’è vissuto secondo voi in Italia?

A: “Che domanda ampia ahahaaha. In Italia, per certi versi, essendo la capitale della moda, è “il primo gradino”. E’ anche vero che le mode le inventano in Italia, ma le indossano in altri Paesi, come se sotto questo aspetto arrivasse dopo. Detto ciò, non abbiamo nulla a che invidiare all’estero, sia dal punto di vista della produzione , sia dell’inventiva, che è italiana, anche se poi le presentazioni le fanno a Miami piuttosto che qui. Non mi sento di dire che all’Italia manchi qualcosa. 

Sicuramente l’Italia è sempre in via di sviluppo nell’ambito streetwear e dei ragazzi, dei giovani.

Per quanto riguarda a “come la vivo io”, ti posso dire che la vivo come un mestiere, innanzitutto, dato che Dropout è il nostro lavoro e, in generale, la vivo bene, mettendo a disposizione del cliente che entra e chiede quel “poco che conosco” e “quel poco che ho”. Devo dire che i clienti spesso sanno già, attraverso altri canali, che magari possono essere i vari influencer e youtuber, i quali lanciano un pò la moda e la fanno seguire, che cosa vogliono prendere”.

K: “Per quanto mi riguarda, prendo lo streetwear come una passione che ho da sempre, anche se ultimamente è più mainstream rispetto a quanto lo potesse essere 10 anni fa.

In Italia, in termini di qualità, inventiva, produzione credo che sia al pari di altri Paesi, se non addirittura avanti. Per il pubblico, per un pubblico più generalista, in Italia arriva in ritardo, arriva a tutti un pò dopo, rispetto a Inghilterra e Stati Uniti, anche se questo dipende molto da un fattore linguistico: lo dimostra il fatto che gli stessi brand italiani, emergenti e non, si relazionano di più all’estero, in primis Stati Uniti, Inghilterra e poi Italia, proprio perché possono riferirsi a un pubblico più ampio”.

7. Avete mai comprato fake e che ne pensate di coloro che vendono fake?

K: “A me hanno provato a rifilare 3-4 volte delle paia fake, di cui una volta a un Meet Up e, riconoscendole, gliele lasciai. Due volte tramite spedizione e in entrambe hanno perso scarpe e soldi: una la regalai a un barbone, dopo aver rimosso lo swoosh, in modo tale che nessuno lo attaccasse per togliergli le scarpe pensando potessero essere vere, e una ce l’ho ancora in macchina e non so cosa farci, se bruciarla o fare la stessa cosa che ho fatto con l’altro paio”.

8. Che pensate degli influencer o dei fashion blogger (o aspiranti), che comprano solo streetwear per cavalcare la wave e magari avere approvazione sociale sui social?

K: “Io non mi sento di giudicare chi segue le mode, perché alla fine siamo un pò tutti vittime delle mode, di qualsiasi tipo. Un influencer è solo una persona che seguendo la moda fa il proprio mestiere, quindi per approcciarti e raggiungere il maggior numero di persone bisogna portare quello che è in tendenza”.

9. Siete felici di quello che state facendo?

K: “Io personalmente tantissimo, la soddisfazione è tanta, sin dal primo giorno di apertura. Devo ringraziare tutte le persone che vengono, comprano, ci chiedono le foto e ci scrivono anche in DM”.

10. Perché avete deciso di aprire a Milano? Quale opportunità vi sta dando, soprattutto in termini di popolarità?

K: “Sia perché è una città più proiettata verso l’estero, sia per il mood, per i brand esistenti qui a Milano etc. Altrove un negozio simile già c’era (Roma) e per il fatto che Andrea e Federico sono di Milano e conoscono l’ambiente

11. Quali sono i pezzi a cui siete più affezionati?

K: “Io le “Air Yeezy 2 Sp Red October” e, soprattutto, un paio di “Air Max 97” in collaborazione con Eminem e firmate da Eminem, le “Nike Mag” e un paio di “Adidas HU NMD Pharrell x Chanel”, a cui sono affezionato perché è un regalo che ricevetti”.

A: “Per quanto riguardo quelle a cui sono più affezionato, anche io “Air Yeezy”, perché coincide un po’, se vogliamo, con la nascita del mercato italiano, e mio personale, del reselling, quindi di rivendita. In realtà nasce tutto con Jordan, però quella collab tra Nike e Kanye West, e le tre scarpe con le 3 colorazioni differenti, diciamo che ha fatto nascere questo “giochino”.

Poi, naturalmente, sono affezionato per circostanze di cui ti parlo dopo, alla Reverse Shattered Backboard con lo Swoosh Reverse, per ovvie ragioni ahaha”.

12. Il pezzo pagato di più, anche personale?

K: “Il mio “Nike Mag”, prezzo 9000 euro”

A: “Io anche, ma l’ho venduta, anche se comprata allo stesso prezzo di Kola e Air Yeezy, che avevo comprato, ma non erano della mia taglia, le ho rivendute e dopo anni le ho ricomprate”.

13. Siete sempre disponibili a ricevere offerte dai venditori privati per un paio di scarpe etc.?

K&A: “Sì e no, valutiamo principalmente in conto-vendita”.

14. Alcuni pezzi che sono nel negozio sono vostri personali e avete deciso di venderli o solitamente avete più pezzi? Quali caratteristiche bisogna avere per poter aprire un negozio del genere?

K: “Quando abbiamo aperto, lo Stock era interamente nostro. Alcune sono da esposizione, hanno un certo prezzo, e se qualcuno paga quel prezzo la vendiamo, ma io personalmente ci sono affezionato. 

Entusiasmo, tanti fondi, conoscere il mercato, avere un team di persone capace e soprattutto l’area e la zona. Noi, rispetto a molti altri, abbiamo delle conoscenze maggiori di come funzionano alcuni brand. Io, poi, avendo lavorato con altri store di reselling, un pò dall’interno ho avuto modo di capire più cose rispetto a una persona che ci si affaccia solamente adesso”

15. Brand preferito?

K: ”Nike”

A: “Ti direi, anche se ogni volta partecipo alle estrazioni dell’app di Nike, tipo stamattina, finisco con grandi L, che mi fanno incazzare, credo Nike”.

16. Oltre a seguire Dropout, cosa fate?

A: “Io ho abbandonato gli studi anni e anni fa per intraprendere la carriera lavorativa che non era questa, che lo è diventata col tempo. Mi sono diplomato in Ragioneria e per questioni economiche, circostanze familiari e quant’altro sono andato subito a lavorare.

K: “Io studio Medicina e Chirurgia, ultimo anno, e seguo altri progetti all’estero, principalmente a Londra, dove ho investimenti differenti da questo”.

17. Le “Reverse Shattered Backboard” Nike Air Jordan 1, la scarpa valutata a 125mila euro.

A: “Le ho acquistate al Foot Locker di Milano e togliendola dalla scatola mi sono accorto, una volta comprato, che la scarpa sinistra aveva una falla, cioè lo Swoosh di Nike cucito al contrario. Pensai che era come se avessi vinto al Superenalotto ahahah”.

K: “E’ praticamente un’attrazione, non solo per chi ne sa, ma anche per chi magari, vedendola, chiede il perché di questa sua stranezza e che tipo di modello sia. Valore unico, come se fosse un’opera d’arte… e per certi versi lo è”.

18. Che consigli dareste a chi legge l’articolo

K: “Seguire le proprie passioni. Io personalmente, con la mia passione, ho fatto un investimento e ci ho creato un lavoro, qualcosa che mi ha dato delle soddisfazioni. Fate quello che vi piace e non avete paura di proporre i vostri progetti, seppur molto ambiziosi”.

Speriamo che le nostre domande siano state abbastanza soddisfacenti per voi lettori e che i nostri protagonisti siano sopravvissuti senza troppe ferite.

Sarà la prima di una lunga serie, non solo a negozi di Reselling, ma anche a personaggi, famosi e non, che vivono tutti i giorni lo streetwear e l’alta moda.

                                                                                                                                   Andrea Baiocco

SUPREME E L’HYPE DI JAMES JEBBIA

Perché Supreme, nonostante la pessima qualità del tessuto, è così in voga e così tanto desiderata? Perché, ora, ogni brand, famoso, non famoso o luxury che sia, vuole collaborare con James Jebbia? Perché è il brand che ha i prezzi di Resell che continuano a crescere e gli articoli droppati il giovedì, dopo neanche 1 minuto, sono tutti sold out?

Queste, e molte altre, sono le domande che tutti noi ci poniamo pensando a Supreme, alla sua fortuna e a tutto l’Hype che si è creato intorno al suddetto marchio.

La risposta è tutta in una frase del suo fondatore, James Jebbia, il quale, durante un’intervista, disse: “Se so che posso vendere 600 pezzi, allora ne produco 400”.

Questa è la frase che riassume in modo ottimale il concetto di marketing alla base dell’azienda di Jebbia: visto il valore del marchio, valutato a 1 miliardo di dollari, e visto il Fondo di Investimenti “Carlyle Group” che ne ha acquistato il 50% pagando a Jebbia 500 milioni di dollari, oserei dire che è la tattica migliore che potessero mai adottare, difficile da replicare, almeno nella stessa misura, da altri marchi (penso a Palace o Bape).

Se parliamo di numeri e di strategie ci sono due cose fondamentali da sapere sul marchio, senza andare a trattare delle varie collaborazioni negli anni.

  1. Samuel Spitzer, la seconda figura più importante dell’azienda, essendo a capo dell’e-commerce, afferma che ogni giorno, dopo il rilascio di un prodotto, il traffico sul sito web fa un salto del 16.800%, confermando l’efficacia della strategia di “scarsità artificiale” adottata. Naturalmente questa situazione comporta un proliferare elevatissimo del mercato del Resell
  2. La strategia. L’elemento fondamentale è l’esclusività: produrre pochi capi, che puntualmente vengono esauriti in pochi minuti, anzi, spesso in pochi secondi, soprattutto se le collaborazioni proposte sono molto allettanti. Dopo la messa in vendita è anche un modo per evitare che il crescente successo di Supreme faccia stufare la gente, che si potrebbe allontanare dal marchio nel momento in cui diventasse mainstream. Supreme rilascia ogni prodotto in quantità limitatissime, generando fermento e incoraggiando i clienti a essere costantemente aggiornati, arrivando così a creare una sorta di “rituale” attraverso i drop settimanali: grazie a una forte integrazione verticale, l’azienda supervisiona gran parte della sua rete di distribuzione e sviluppa collezioni stagionali che lancia un po’ alla volta, il giovedì di ogni settimana.
La famosa Collab tra Supreme e LV.

Riguardo al rapporto con i vip, gli influencer e le celebrity: Jebbia rifiuta qualsiasi collaborazione con loro, nonché di dar loro vestiti gratis o particolari limited edition in anteprima solo per farsi pubblicità. Allo stesso tempo, però, Jebbia attraverso le fotografie di Terry Richardson e Kenneth Cappello, ha prodotto le magliette più costose nel mondo del Resell e sicuramente le più ricercate, cioè le “Photo tee”, con i visi, le espressioni e le movenze dei personaggi più famosi e in voga di quegl’inni: un esempio su tutte è la “tee” con la foto del rapper newyorkese NAS.

Supreme Nas Tee White

Questo non è un atteggiamento dettato da una particolare nobiltà d’animo, ma dalla necessità di rimanere fedele al “Codice Supreme”, che è l’unico piano aziendale a medio-lungo termine. Supreme d’altronde, per dirla con le parole del suo fondatore, «ha bisogno di restare cool per sopravvivere».

L’esclusività è data anche dai pochissimi Store presenti solo in alcune città del mondo. Ogni martedì, si creano file chilometriche solo per ottenere il biglietto di prenotazione che permetterà di recarsi nel medesimo store, alla stessa ora, due giorni dopo, in modo tale da poter “provare” a coppare qualche pezzo che non verrà mai più riproposto.

Lo store Supreme a Parigi

Ditemi se questo non è “Saper fare marketing”.


LA MODA CHIAMA, LACOSTE RISPONDE

Nel 1933 René Lacoste fonda l’omonimo brand che ha come immagine di riferimento il coccodrillo.

Negli ultimi anni la scelta stilistica di Felipe Oliveira Baptista è rimasta la stessa: una linea sportiva, casual e il più pulita possibile.
Adesso però, dopo l’addio di Felipe, è stata Louise Trotter a disegnare la collezione Autunno-Inverno 2019.

Solo al primo sguardo la differenza rispetto alle precedenti linee è enorme, infatti anche Lacoste ha voluto aggiornarsi ai trend del momento.
Colori e oversize fit caratterizzano i nuovi capi di abbigliamento del brand francese.

Patchwork TrackSuit di Louise Trotter disegnata per Lacoste

La designer afferma di essersi ispirata ad alcune figure storiche del brand: René Lacoste, il giocatore di golf Simone Thion de la Chaume ed infine Suzanne Lenglen, giocatrice di tennis.

Non vi è bisogno di un occhio attento per notare che gran parte della collezione riprende molte forme e volumi del designer Raf Simons, ma ormai chi non lo fa?
In ogni caso, Louise Trotter ha creato veramente un’ottima produzione, sarà però in grado di mantenere alto il nome del brand? Lo vedremo solamente nelle prossime stagioni.

LA MODA CHE STIMOLA IL RICORDO

Noi, ragazzi del 2000, vestiamo senza sapere quale sia il valore della moda che stimola il ricordo: il vintage.

C’è chi ne fa una filosofia di vita, chi uno stile, chi una necessità, senza pensare al giudizio esterno che ne può derivare. 

La tendenza che prima vedeva il vintage come qualcosa di lontano, proprio di un determinato tipo di persone, si è invertita, soprattutto grazie ai negozi che hanno fatto del vintage il loro punto di forza: in Italia, quando si vuole trovare il vero vintage, si deve – almeno per una volta – uscire di casa, non come i soliti babbi dal culo pesante e dal dito leggero che ordinano su internet e si fanno arrivare il pacchettino a casa.
Bisogna andare nei negozi specializzati, come per esempio, a Roma, il negozio simbolo chiamato “Pifebo”, dove i fondatori non ne fanno un business ma un culto. 

Se pensiamo ad altre città d’Italia, i negozi vintage sono diversi: a Milano “Cavalli e nastri”, a Torino “Charly”, a Firenze “Street Doing Vintage Couture”, a Napoli “Manhattan” e a Palermo “Très Chic”.

Lo stesso mondo del Vintage ha subito dei condizionamenti provenienti dai nuovi influssi della moda: la tendenza si è spostata sicuramente verso il mondo dello streetwear, quindi capi vintage come Fila, Champion, Asics e Umbro sono ritornati in voga, a un prezzo più alto di quanto si potesse aspettare.
Adattandosi a queste nuove tendenze, i negozi sono aumentati e anche le proposte al pubblico si sono sempre più differenziate, riportando capi che indossavamo da piccoli senza saperne il “possibile valore futuro” a capi di tendenza: basti vedere la tuta Adidas Classic 3-stripes con i bottoni che Adidas, ormai, ha riproposto negli ultimi anni nonostante avesse bloccato la produzione per qualche periodo.

Così come il mondo del vintage ha subito condizionamenti dal mondo della moda attuale, è successo anche il contrario: molti brand hanno ripreso lo stile anni ’90 riadattandolo nelle loro nuove collezioni, basti pensare a Kappa, Stussy ed Ellesse.

Questa tendenza ha portato a proporre anche vestiti di grandi brand, proponendo capi di ottima qualità a prezzi bassissimi rispetto ai capi di nuova produzione: basti pensare che un Trench Burberry di seconda mano nei Vintage Store, sia fisici, sia online, costi massimo 250 euro, quando il prezzo a retail dello stesso capo della nuova stagione non sta sotto i 900.

Il vintage, però, ha i suoi difetti: anche se la qualità dei capi vintage proposti è aumentata rispetto a 10/20 anni fa perché si fa più attenzione al pubblico e a ciò che viene proposto, spesso si rischia di trovare capi rovinati e non ben gestiti. Questa situazione si nota soprattutto nelle scarpe – che secondo il mio parere – non dovrebbero essere vendute negli store vintage.

Un altro motivo potrebbe essere quello della veridicità del capo e sorge spesso un dubbio: “chi mi assicura che il capo che sto comprando non sia fake?”. La maggior parte delle volte, infatti, i vestiti non hanno etichette che assicurino la veridicità del capo, come è normale che sia dato che sono stati usati, ma capita, molto spesso, che manchino anche quelle sul collo e quelle riferite al tipo di lavaggio da adoperare e che specifica il “Made in …”.

E voi, che ne pensate?

A$AP ROCKY RIVELA LA COLLABORAZIONE CON PRADA

Il trapper americano Asap Rocky aggiunge alla sua lista di “collabo” un altro brand, ma questa volta non si parla di sneaker o fast fashion.
Il brand in questione fa parte del mondo dell’high fashion e dell’haute couture: Prada.

Il marchio italiano, in occasione dell’ “Injured Generation Tour” ha prodotto alcuni pezzi tra cui vest, felpe e pantaloni della fantomatica “Linea Rossa”, la linea di Prada che utilizza tessuti tecnici – nylon – affiancati a design sofisticati e attitudine contemporanea.

I colori utilizzati sono tutt’altro che moderati. Rosso, arancione e giallo neon, che sembra essere il colore dell’anno, insieme all’ormai immancabile immagine del fuoco ed il testing logo di Asap Rocky.

Per ora non si sanno prezzi o date di uscita, anzi, nessuno ha annunciato un vero e proprio rilascio di questa capsule. È solo una “custom” o farà parte di un vero e proprio “drop”? Seguiteci per rimanere aggiornati!

A CHE ORA CHIUDE LUISA VIA ROMA? PT.1

Forse non tutti sanno che LVR è stata fondata nel 1930 da una signora distinta di nome Luisa Jaquin, nella stessa location, allo stesso indirizzo di dove è situata oggi.

Una degli assortimenti, aggiornati ogni tot. settimane e a seconda della stagione.

Luisa iniziò dai cappelli per signora, ma dopo qualche anno si allargò alla porta accanto cominciando a vendere capi di abbigliamento, spinta dal marito, sempre per donne e uomini distinti. Per il fatto che sia sopravvissuta alla guerra e al passaggio davanti alle sue porte di Repubblichini, Nazisti e, in seguito, Alleati, è diventata un simbolo per chi in quella città, Firenze, voleva iniziare un’attività e cercare di essere longevo come è oggi la Boutique. 

Altro interno del negozio.

Certo, immaginare che da una porta sia diventato un palazzo a tre piani con ristorante e lounge bar annessi, con marchi che vanno da “Patrizia Pepe” – marchio fiorentino – fino ad arrivare a marchi come “Vetements” e “Balenciaga”, che generalmente vendono solo e unicamente nei propri store monomarca, fino ad arrivare al marchio milanese – di impronta americana – “Off-White”.

Terrazza, Ristorante e Lounge Bar situato al 3^ piano.

Non si può negare che sia un negozio sempre “step-ahead”, con una scelta di capi all’ultima moda e che propone nuovi designer alla propria clientela. Quasi come a dettare una legge assoluta sulla scelta di brand famosi e rinomati, optando, molte volte, sulla decisione di inserire nel proprio store brand meno conosciuti e mescolarli a sopra citati grandi marchi, facendoli risultare come dei pezzi da avere per forza nel proprio armadio.

Rumors danno in chiusura lo storico negozio di Via Roma dopo la precedente chiusura di quello di Prato e da clienti, ci chiediamo se il nipote di Luisa, Andrea Panconesi, che aprì il sito nel 2000  “luisaviaroma.com“, destinato alla vendita online – che gestisce anche lo store fisico che vive da circa 90 anni, che è stato vetrina di centinaia di brand, milioni di clienti, colosso mondiale della moda e del beverage, non si sia stufato di aprire e chiudere la serranda.

Una delle tante vetrine sponsorizzate – Luisa Via Roma
Andrea Panconesi, che durante gli studi, nel 1968, in occasione di un viaggio a Parigi, conobbe Kenzo Takada, designer di Kenzo, e la boutique divenne il primo store in Europa a vendere come terzo il marchio giapponese.

Per finire, ma anche per continuare, “forse”, perché noi non ci fermeremo nel chiedercelo e nel chiedertelo, caro Andrea, quando e, soprattutto, a che ora vorrai chiudere la cara e famosa Boutique della nonna? Forse il prossimo giugno al concerto del caro Lenny Kravitz in Piazza della Repubblica, organizzato in occasione dei vostri 90 anni in collaborazione con Kangol? Vorrai darci lì la grande notizia oppure la vuoi ancora tenere segreta?

Se vuoi potremmo pensarci noi, senza problemi, senza costi e, soprattutto, senza impegno. Aspettiamo soltanto un codice sconto, visto che ormai l’unica cassa dove, dalla fine del 2019, potremmo venire a pagare sarà la pagina di check-out del vostro sito online, visto gli introiti che nel 2016 l’e-commerce ha sviluppato: su 120 milioni di fatturato, il 90% lo devi al sito online… Noi delle domande ce le stiamo ponendo.

La storia si ripete, prima Colette e poi Luisa Via Roma: Luisa avrà una seconda vita, Colette, purtroppo, l’ha spezzata.

Aspettiamo tue notizie,

Un bacione

Firmato: Andrea Baiocco, DraftinMag

 

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