Federico Baroni – La musica di strada che incontra lo streetwear

Federico Baroni, classe ’93, è cantautore e busker nato a Cesena e cresciuto a Rimini. A 18 anni si trasferisce a Roma per continuare gli studi e a 21 comincia a scrivere i suoi primi inediti e a suonare in strada. Nel 2015 intraprende un Summer Tour da busker per le strade di tutta Italia, accompagnato da due videomaker che documentano l’esperienza, i cui video si possono trovare su YouTube.

Nel 2016 viene notato dai giudici di “X-Factor”, che lo portano ai Boot Camp. Nel 2017, dopo aver lasciato un demo a Maria De Filippi, viene scelto ed entra ad “Amici”. Dopo l’esperienza televisiva inizia subito a suonare su importanti palchi per grandi brand (Bulgari) ed eventi (Grand Prix Formula E su Italia 1). A gennaio 2018 pubblica con Artist First il suo primo singolo, “Spiegami”.

Venerdì 5 aprile è uscito il suo primo disco ufficiale e ad oggi è 22esimo nelle classifiche italiane tra i dischi più venduti.

Noi di DrafitnMag abbiamo deciso di intervistarlo, ponendogli alcune domande che vanno dalla musica alla moda, proprio per capire questo suo rapporto con la moda, che sappiamo andare a braccetto con la musica, dalla trap all’indie, soprattutto con lo streertwear, di cui Federico è un appassionato, come ci ha detto, da molti anni, vestendo anche diversi brand non facilmente reperibili quando ha cominciato con questa passione.

Da dove comincia tutto, la tua passione per la musica e, quindi, l’idea di cominciare dalla strada?

F: “E’ cominciato tutto quando mi sono trasferito a Roma e ho iniziato il percorso universitario alla LUISS, tant’è che l’idea iniziale era quella di studiare… ahahah. Poi mi sono avvicinato alla musica relativamente tardi, a 20 anni, e ho iniziato a fare lezioni di canto quasi per gioco con la mia insegnante, Marta, la quale mi ha instradato nel mondo della musica, invitandomi a suonare uno strumento. 

Ho deciso, quindi, di scegliere la chitarra e da lì ho scritto i miei primi pezzi, da cui è partita questa passione smisurata che mi ha portato a scegliere di voler fare solo musica, solamente dopo aver studiato. Ho una laurea triennale e un Master of Music alla LUISS.

Quindi, una volta avuto un piano B al sicuro, mi sono concentrato soltanto sulla musica. Diciamo che in questo modo, quasi per caso, è cominciata questa mia passione.

Per quanto riguarda l’idea di cominciare dalla strada, partire come artista di strada, è stata frutto di un viaggio all’estero di 2 mesi a Liverpool in cui provai per la prima volta a suonare per strada. Da lì mi sono appassionato e mi sono detto di volerlo fare una volta tornato a Roma. Da lì, settimane dopo settimane, primo Summer Tour, lo Street Tour a Londra e tutto quello che è venuto insomma…”

A: “Quindi hai fatto “tutto da solo”, senza che ci fosse qualcuno dietro, è stata una tua idea e basta?”

F: “Sì, sì, tutto da solo. Sia la gestione dei social, sia il fatto di scegliere in che città e in quale strada suonare: ero un pò il manager di me stesso. Il Summer Tour fu quasi tutto autofinanziato: è partito tutto postando i video su YouTube e grazie alla visibilità che stava crescendo ho firmato il mio contratto discografico con Artist First e a costruire  step by step un progetto, secondo me, molto solido sul quale loro mi stanno seguendo non solo come artista, ma anche come persona, cosa molto importante per me”.

Credit: Mattia Greghi

Ho visto il tuo Summer Tour su YouTube e ti volevo chiedere cosa ti avesse dato e cosa ti è rimasto, cosa ti sei sentito. 21 date consecutive insomma…

F: “L’esperienza del Summer Tour è stata incredibile, è stata davvero una mazzata: un mese, abbiamo vissuto in 3 in un camper, con i videomaker che dopo tre giorni volevano lasciare e tornare a casa, assurdo vero?!

A parte tutto, questo è un tipo di esperienza che sicuramente ti forma, sia come artista, sia, e soprattutto, come persona, e ripensandoci 3/4 anni dopo dici tra te e te: “cosa abbiamo fatto?!”… Sono quelle esperienze che fai all’inizio, quando non ti importa di dormire 3/4 ore a notte e pensi solo a quello. Fu davvero una bellissima esperienza e da lì ho capito che comunque suonare per strada era la cosa che mi dava maggiore soddisfazione sicuramente”.

Adesso ci spostiamo sull’abbigliamento. Ho visto dalle tue storie e dai tuoi post che il tuo è un modo abbastanza ricercato di vestirsi. Ricercato nel senso che cerchi quei brand, o per lo più alcuni pezzi di brand, anche conosciuti, che però altri non hanno e che rispecchiano molto la tua personalità. 

Questo tuo modo di vestirti è legato al fatto di essere un artista di strada “moderno” o è solo legato a un tuo precedente background streetwear?

F: “Guarda, in realtà chi suona per strada non tende molto a vedere come si veste, anche perché veramente pochi hanno “la fortuna” di farlo come me, molti lo fanno per sopravvivenza e campano con i soldi che riescono a fare durante la giornata. 

Il fatto dell’abbigliamento streetwear riguarda più una passione personale, da quando stavo a Rimini, sono tanti anni ormai. Il fatto di suonare per strada ha influenzato, sicuramente, il modo di vestirmi, quasi anche da skater o, comunque, legato al mondo underground. A me, per dirti, piace molto vestirmi sia con un pantalone Baggie, un pò largone, sia con un jeans skinny e una t-shirt bianca, insomma, sempre legato a quel mondo “streetwear”  e “urban”. 

Mi piace molto anche andare a cercare qualcosa di particolare, magari anche di brand conosciuti come possono essere Carhartt o Vans. Al momento, come ti dicevo, mi vesto principalmente con Ripndip, Jordan e Kappa perché riflettono molto lo stile skate, street, graffiti, quello stile che sto cercando di portare anche nella musica: diciamo quel genere che può essere definito “Graffiti Pop”, di cui c’è anche una playlist su Spotify.

Se ti posso dire, non è stata mai una cosa costruita, è stato sempre il mio modo di vivere “la moda”, se mi concedi questo termine: mi metto, per dirti una cazzata, il calzettone del Principe di Belair non per farmi vedere ed essere appariscente, ma mi metto colorato perché rispecchia il mio modo di essere e di vivere. E’ un interesse che ho sempre avuto”.

A: “Non è quindi una cosa legata alla musica, come fanno molti altri tuoi colleghi?”

F: “No no… certo, poi ora sappiamo benissimo quanto sia importante l’abbigliamento e l’immagine che mostriamo, soprattutto attraverso i social, ma diciamo che la mia è una cosa che è venuta molto così, molto naturale. Sono molto contento che tu, che lavori in questo ambito, abbia apprezzato il mio modo di vestirmi, grazie mille!”

Proprio rispetto a questo, hai uno stilylist dietro che decide per te il modo di vestirti agli instore e ai live, oppure fai tutto da solo? Come funziona?

F: “In realtà faccio tutto io… ahahaha. Kappa questo periodo mi sta mandando dei vestiti, non sono però sponsor. Essendo il mio stile, alla fine decido tutto io, nonostante ci sia Giada dietro che mi fornisce materiale come, appunto, Kappa.

Nei videoclip anche decido il vestiario di ognuno, da quello che devo indossare a quello che verrà indossato dai ballerini, come nel caso del video di “Non Pensarci”. Ultimamente mi focalizzo molto anche sulle magliette di Hockey e Football Americano, molto oversize, anche, e soprattutto, nei negozi vintage. Quando viaggio, tendo sempre a cercare dei negozi particolari che abbiano un particolare tipo di vestiario, non solo vintage.”

Conosci altri cantanti, anche di tua stretta conoscenza, o Youtuber di Milano e non solo che si vestono in questo modo, con i quali vi scambiate consigli o vi date delle dritte? Che seguano, in un certo senso, anche il tuo sound e il tuo tipo di musica.

F: “Come ti dicevo, in realtà il mio modo di vestirmi è stato influenzato molto dalla mia città natale, Rimini, perché c’è veramente tanta ricerca, al contrario di quanti possano pensare: se si pensa alla moda e alla ricerca del vestiario si pensa subito a Milano, come tutti ben sanno… A Rimini, appunto, ci sono veramente tanti negozi in cui è facile trovare, nonostante la grandezza della città,   un tipo di abbigliamento ricercato, che fanno indumenti/abiti sartoriali, derivante anche da materie prime riciclate, in un certo senso “uniche nel loro genere.Lo stile di Rimini è molto vicino al mio modo di vestire.

Diciamo che di quelli che conosco che sono vicini a me nel modo di vestire e di cantare ti posso citare Damso, francese, e Frah Quintale, piuttosto che i vari cantanti Trap. Rispetto a loro io tendo a tenere un vestiario diverso, sempre legato allo streetwear, ma non con quel tipo di brand: sono di fascia molto elevata e tendono quasi ad allontanarsi da quello che era la cultura streetwear come magari noi skater o altri l’abbiamo sempre interpretata. Per ciò che mi concerne, io voglio rimanere su brand di buona qualità che anche a livello di budget siano più vicini a me e a chi mi ascolta, soprattutto per il fatto di essere ancora legato a quella cultura di strada che cerco di esprimere anche nelle mie canzoni: proprio perché per me lo streetwear deve essere alla portata di tutti.”

Ringrazio Federico Baroni per avermi dato l’opportunità di intervistarlo e avermi dato la possibilità di conoscerlo meglio.

Spero che questa intervista vi abbia interessato. E’ la prima di una lunga serie e, sono sicuro, ne vedrete delle belle.

Firmato: Andrea Baiocco

Dropout – Milano. Intervista ai fondatori: Kola Tytler e Andrea Canziani

Lo streetwear ormai è una passione per tutti, ma noi di Draftin siamo voluti andare a Milano per sentire due ragazzi con il secondo negozio di Reselling d’Italia e il primo a Milano, Dropout, i cui fondatori, Kola Tytler e Andrea Canziani, si sono sottoposti ad alcune domande, facili, ma scomode.

1. Com’è nata l’idea e perché è nata?

K: “L’idea di Dropout nasce da una mia passione, e di altri ragazzi conosciuti negli ultimi anni, di portare a Milano un concetto nuovo, sulla base di quelle che erano le nostre esperienze sia nel mondo delle streetwear, sia del reselling, e non solo. E’ nata perché io e il mio socio, Andrea, abbiamo visto l’opportunità di creare un negozio fisico in una scena che era quella del reselling, a Milano”.

2. Come si è sviluppata e che tipi di investimenti sono stati fatti?

K: “In realtà già io, Andrea, Federico e Stefano avevamo parlato, in maniera molto vaga, della possibilità che ci fosse un negozio di reselling a Milano. Poi a Primavera ho contattato Andrea con un’idea più seria e strutturata, anche se entrambi eravamo alle prime armi e alla prima attività. Da qui abbiamo messo su un team e, attraverso un grande iter burocratico, ci siamo riusciti.

Da lì abbiamo ricercato tutto ciò di cui necessita un negozio, soprattutto un designer che ci aiutasse per l’immagine del negozio.

Riguardo gli investimenti sono interamente nostri e non abbiamo ricevuto nessun fondo esterno”. 


3. Le prime scarpe che avete cominciato a vendere, come le avete ottenute? Comprando a Resell e vendendo a un prezzo maggiore o subito comprando a retail e partecipando alle Raffle?

K: “Per quanto riguarda me, la prima scarpa che ho venduto a prezzo di Resell, perché altre le avevo già vendute, è stata la Yeezy Boost 350 “Turtle Dove”, quando vinsi la Raffle a Londra. Kanye venne all’evento e firmò le scatole. Avevo quindi il paio autografato e lo riuscì a vendere dopo qualche settimana. Da allora me ne pentii e, poiché al tempo lavoravo e avevo una determinata disponibilità, decisi di comprare un altro paio, non autografato, e da lì con tutte le release successive ero più propenso ad acquistare più paia, in modo tale da poterne tenere un paio e venderne un altro, così da ripagare il primo”.

4. Come gestite il canale social?

K: “L’abbiamo gestito noi fino a oggi (giorno dell’intervista), ma abbiamo deciso di prendere contatti con un’agenzia che si occuperà di strutturare le immagini in maniera più ordinata, più corporate”.

5. Avete qualche altro negozio in Italia o all’estero (Kola a Londra)?

K&A: “No no, nessuno dei due. Io, Kola, ho lavorato con altri negozi a Londra e a Parigi”.

6. Com’è il mondo dello streetwear per voi? E com’è vissuto secondo voi in Italia?

A: “Che domanda ampia ahahaaha. In Italia, per certi versi, essendo la capitale della moda, è “il primo gradino”. E’ anche vero che le mode le inventano in Italia, ma le indossano in altri Paesi, come se sotto questo aspetto arrivasse dopo. Detto ciò, non abbiamo nulla a che invidiare all’estero, sia dal punto di vista della produzione , sia dell’inventiva, che è italiana, anche se poi le presentazioni le fanno a Miami piuttosto che qui. Non mi sento di dire che all’Italia manchi qualcosa. 

Sicuramente l’Italia è sempre in via di sviluppo nell’ambito streetwear e dei ragazzi, dei giovani.

Per quanto riguarda a “come la vivo io”, ti posso dire che la vivo come un mestiere, innanzitutto, dato che Dropout è il nostro lavoro e, in generale, la vivo bene, mettendo a disposizione del cliente che entra e chiede quel “poco che conosco” e “quel poco che ho”. Devo dire che i clienti spesso sanno già, attraverso altri canali, che magari possono essere i vari influencer e youtuber, i quali lanciano un pò la moda e la fanno seguire, che cosa vogliono prendere”.

K: “Per quanto mi riguarda, prendo lo streetwear come una passione che ho da sempre, anche se ultimamente è più mainstream rispetto a quanto lo potesse essere 10 anni fa.

In Italia, in termini di qualità, inventiva, produzione credo che sia al pari di altri Paesi, se non addirittura avanti. Per il pubblico, per un pubblico più generalista, in Italia arriva in ritardo, arriva a tutti un pò dopo, rispetto a Inghilterra e Stati Uniti, anche se questo dipende molto da un fattore linguistico: lo dimostra il fatto che gli stessi brand italiani, emergenti e non, si relazionano di più all’estero, in primis Stati Uniti, Inghilterra e poi Italia, proprio perché possono riferirsi a un pubblico più ampio”.

7. Avete mai comprato fake e che ne pensate di coloro che vendono fake?

K: “A me hanno provato a rifilare 3-4 volte delle paia fake, di cui una volta a un Meet Up e, riconoscendole, gliele lasciai. Due volte tramite spedizione e in entrambe hanno perso scarpe e soldi: una la regalai a un barbone, dopo aver rimosso lo swoosh, in modo tale che nessuno lo attaccasse per togliergli le scarpe pensando potessero essere vere, e una ce l’ho ancora in macchina e non so cosa farci, se bruciarla o fare la stessa cosa che ho fatto con l’altro paio”.

8. Che pensate degli influencer o dei fashion blogger (o aspiranti), che comprano solo streetwear per cavalcare la wave e magari avere approvazione sociale sui social?

K: “Io non mi sento di giudicare chi segue le mode, perché alla fine siamo un pò tutti vittime delle mode, di qualsiasi tipo. Un influencer è solo una persona che seguendo la moda fa il proprio mestiere, quindi per approcciarti e raggiungere il maggior numero di persone bisogna portare quello che è in tendenza”.

9. Siete felici di quello che state facendo?

K: “Io personalmente tantissimo, la soddisfazione è tanta, sin dal primo giorno di apertura. Devo ringraziare tutte le persone che vengono, comprano, ci chiedono le foto e ci scrivono anche in DM”.

10. Perché avete deciso di aprire a Milano? Quale opportunità vi sta dando, soprattutto in termini di popolarità?

K: “Sia perché è una città più proiettata verso l’estero, sia per il mood, per i brand esistenti qui a Milano etc. Altrove un negozio simile già c’era (Roma) e per il fatto che Andrea e Federico sono di Milano e conoscono l’ambiente

11. Quali sono i pezzi a cui siete più affezionati?

K: “Io le “Air Yeezy 2 Sp Red October” e, soprattutto, un paio di “Air Max 97” in collaborazione con Eminem e firmate da Eminem, le “Nike Mag” e un paio di “Adidas HU NMD Pharrell x Chanel”, a cui sono affezionato perché è un regalo che ricevetti”.

A: “Per quanto riguardo quelle a cui sono più affezionato, anche io “Air Yeezy”, perché coincide un po’, se vogliamo, con la nascita del mercato italiano, e mio personale, del reselling, quindi di rivendita. In realtà nasce tutto con Jordan, però quella collab tra Nike e Kanye West, e le tre scarpe con le 3 colorazioni differenti, diciamo che ha fatto nascere questo “giochino”.

Poi, naturalmente, sono affezionato per circostanze di cui ti parlo dopo, alla Reverse Shattered Backboard con lo Swoosh Reverse, per ovvie ragioni ahaha”.

12. Il pezzo pagato di più, anche personale?

K: “Il mio “Nike Mag”, prezzo 9000 euro”

A: “Io anche, ma l’ho venduta, anche se comprata allo stesso prezzo di Kola e Air Yeezy, che avevo comprato, ma non erano della mia taglia, le ho rivendute e dopo anni le ho ricomprate”.

13. Siete sempre disponibili a ricevere offerte dai venditori privati per un paio di scarpe etc.?

K&A: “Sì e no, valutiamo principalmente in conto-vendita”.

14. Alcuni pezzi che sono nel negozio sono vostri personali e avete deciso di venderli o solitamente avete più pezzi? Quali caratteristiche bisogna avere per poter aprire un negozio del genere?

K: “Quando abbiamo aperto, lo Stock era interamente nostro. Alcune sono da esposizione, hanno un certo prezzo, e se qualcuno paga quel prezzo la vendiamo, ma io personalmente ci sono affezionato. 

Entusiasmo, tanti fondi, conoscere il mercato, avere un team di persone capace e soprattutto l’area e la zona. Noi, rispetto a molti altri, abbiamo delle conoscenze maggiori di come funzionano alcuni brand. Io, poi, avendo lavorato con altri store di reselling, un pò dall’interno ho avuto modo di capire più cose rispetto a una persona che ci si affaccia solamente adesso”

15. Brand preferito?

K: ”Nike”

A: “Ti direi, anche se ogni volta partecipo alle estrazioni dell’app di Nike, tipo stamattina, finisco con grandi L, che mi fanno incazzare, credo Nike”.

16. Oltre a seguire Dropout, cosa fate?

A: “Io ho abbandonato gli studi anni e anni fa per intraprendere la carriera lavorativa che non era questa, che lo è diventata col tempo. Mi sono diplomato in Ragioneria e per questioni economiche, circostanze familiari e quant’altro sono andato subito a lavorare.

K: “Io studio Medicina e Chirurgia, ultimo anno, e seguo altri progetti all’estero, principalmente a Londra, dove ho investimenti differenti da questo”.

17. Le “Reverse Shattered Backboard” Nike Air Jordan 1, la scarpa valutata a 125mila euro.

A: “Le ho acquistate al Foot Locker di Milano e togliendola dalla scatola mi sono accorto, una volta comprato, che la scarpa sinistra aveva una falla, cioè lo Swoosh di Nike cucito al contrario. Pensai che era come se avessi vinto al Superenalotto ahahah”.

K: “E’ praticamente un’attrazione, non solo per chi ne sa, ma anche per chi magari, vedendola, chiede il perché di questa sua stranezza e che tipo di modello sia. Valore unico, come se fosse un’opera d’arte… e per certi versi lo è”.

18. Che consigli dareste a chi legge l’articolo

K: “Seguire le proprie passioni. Io personalmente, con la mia passione, ho fatto un investimento e ci ho creato un lavoro, qualcosa che mi ha dato delle soddisfazioni. Fate quello che vi piace e non avete paura di proporre i vostri progetti, seppur molto ambiziosi”.

Speriamo che le nostre domande siano state abbastanza soddisfacenti per voi lettori e che i nostri protagonisti siano sopravvissuti senza troppe ferite.

Sarà la prima di una lunga serie, non solo a negozi di Reselling, ma anche a personaggi, famosi e non, che vivono tutti i giorni lo streetwear e l’alta moda.

                                                                                                                                   Andrea Baiocco

“NOTORIETÀ UGUALE BANALITÀ”

Racchiudere il significato dell’essere famosi in poche parole. Come lo si può fare? Una piscina con un trampolino di lancio. Oggi, diventare famosi è molto più facile di trovare lavoro o di correre una maratona  e no non si sta esagerando.

L’artista Andy Warhol afferma in un suo discorso che nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti, e purtroppo Warhol aveva previsto bene.

Viviamo in una società dove, grazie ai social network che sono appunto dei trampolini di lancio, si può facilmente diventare celebri , scrivendo un post su Facebook, registrando video “epici” o “esilaranti” ,  scattando una foto con un cantante o con un attore, raccontando un’esperienza particolare su un blog, criticando politici,cantanti ,personaggi televisivi o partecipando ad un programma televisivo, dunque compiendo atti che fanno il giro del mondo in poco tempo.

Anthony DiFrancesco Youtuber romano

Ma poi quest’ultimi una volta lanciati da questi trampolini cosi alti ed acclamati finiscono per annegare all’interno dell’oblio cosi profondo,lontano e dimenticato dal pubblico dei social.

Lo si può notare da come vengono chiamati coloro che diventano celebri al giorno d’oggi. “Quello che ha fatto questo” non più per nome o per il proprio talento.

Non si è più riconosciuti per una qualità interna ed innata, ma per l’apparenza che si mostra davanti ad un publico digitale.

Un tempo scrittori come Italo Calvino,Umberto Eco, Primo Levi ed altri ancora venivano riconosciuti per la propria originalità ed autenticità,stessa cosa per cantanti come Bob Marley, Freddie Mercury, Prince,Mick Jagger   che vengono ancora oggi ricordati per il loro vero talento, per riempire i stadi più grandi del mondo di gente e non di “ Mi piace” una foto su  Instagram.

Freddy Mercury

Ma è proprio qui che arriviamo all’essenza principale del discorso, ovvero che un tempo si veniva riconosciuti per un talento che si distingueva dagli altri, oggi si pensa più alle masse, al guadagnare, al produrre numeri sempre più grandi, non esiste più l’idea del sogno da realizzare o dell’obiettivo da raggiungere da soli ma esiste solamente una scala sociale da scalare continuamente per arrivare facilmente a delle soddisfazioni.

Si centra anche un’altro argomento fondamentale ovvero la durata di questa celebrità. I personaggi citati precedentemente vengono ricordati ogni giorno per il loro puro e vero talento. Oggi qualsiasi persona che ottiene quei “15 minuti di celebrità” verrà ricordato come uno dei tanti. Ed è proprio questa la differenza, essere eterni o istantanei. Purtroppo questo porta anche a delle conseguenze diseducative riguardo il modello di successo, i giovani cercheranno sempre di compiere atti scontati e non pensati. Ci sarà ancora il desiderio di lottare per i propri sogni?

Sfera Ebbasta

Questo dipende solamente dalla generazione di oggi e del futuro se desidererà sconfiggere la banalità e di dare di nuovo importanza ai veri valori dell’essere umano .

SUPREME E L’HYPE DI JAMES JEBBIA

Perché Supreme, nonostante la pessima qualità del tessuto, è così in voga e così tanto desiderata? Perché, ora, ogni brand, famoso, non famoso o luxury che sia, vuole collaborare con James Jebbia? Perché è il brand che ha i prezzi di Resell che continuano a crescere e gli articoli droppati il giovedì, dopo neanche 1 minuto, sono tutti sold out?

Queste, e molte altre, sono le domande che tutti noi ci poniamo pensando a Supreme, alla sua fortuna e a tutto l’Hype che si è creato intorno al suddetto marchio.

La risposta è tutta in una frase del suo fondatore, James Jebbia, il quale, durante un’intervista, disse: “Se so che posso vendere 600 pezzi, allora ne produco 400”.

Questa è la frase che riassume in modo ottimale il concetto di marketing alla base dell’azienda di Jebbia: visto il valore del marchio, valutato a 1 miliardo di dollari, e visto il Fondo di Investimenti “Carlyle Group” che ne ha acquistato il 50% pagando a Jebbia 500 milioni di dollari, oserei dire che è la tattica migliore che potessero mai adottare, difficile da replicare, almeno nella stessa misura, da altri marchi (penso a Palace o Bape).

Se parliamo di numeri e di strategie ci sono due cose fondamentali da sapere sul marchio, senza andare a trattare delle varie collaborazioni negli anni.

  1. Samuel Spitzer, la seconda figura più importante dell’azienda, essendo a capo dell’e-commerce, afferma che ogni giorno, dopo il rilascio di un prodotto, il traffico sul sito web fa un salto del 16.800%, confermando l’efficacia della strategia di “scarsità artificiale” adottata. Naturalmente questa situazione comporta un proliferare elevatissimo del mercato del Resell
  2. La strategia. L’elemento fondamentale è l’esclusività: produrre pochi capi, che puntualmente vengono esauriti in pochi minuti, anzi, spesso in pochi secondi, soprattutto se le collaborazioni proposte sono molto allettanti. Dopo la messa in vendita è anche un modo per evitare che il crescente successo di Supreme faccia stufare la gente, che si potrebbe allontanare dal marchio nel momento in cui diventasse mainstream. Supreme rilascia ogni prodotto in quantità limitatissime, generando fermento e incoraggiando i clienti a essere costantemente aggiornati, arrivando così a creare una sorta di “rituale” attraverso i drop settimanali: grazie a una forte integrazione verticale, l’azienda supervisiona gran parte della sua rete di distribuzione e sviluppa collezioni stagionali che lancia un po’ alla volta, il giovedì di ogni settimana.
La famosa Collab tra Supreme e LV.

Riguardo al rapporto con i vip, gli influencer e le celebrity: Jebbia rifiuta qualsiasi collaborazione con loro, nonché di dar loro vestiti gratis o particolari limited edition in anteprima solo per farsi pubblicità. Allo stesso tempo, però, Jebbia attraverso le fotografie di Terry Richardson e Kenneth Cappello, ha prodotto le magliette più costose nel mondo del Resell e sicuramente le più ricercate, cioè le “Photo tee”, con i visi, le espressioni e le movenze dei personaggi più famosi e in voga di quegl’inni: un esempio su tutte è la “tee” con la foto del rapper newyorkese NAS.

Supreme Nas Tee White

Questo non è un atteggiamento dettato da una particolare nobiltà d’animo, ma dalla necessità di rimanere fedele al “Codice Supreme”, che è l’unico piano aziendale a medio-lungo termine. Supreme d’altronde, per dirla con le parole del suo fondatore, «ha bisogno di restare cool per sopravvivere».

L’esclusività è data anche dai pochissimi Store presenti solo in alcune città del mondo. Ogni martedì, si creano file chilometriche solo per ottenere il biglietto di prenotazione che permetterà di recarsi nel medesimo store, alla stessa ora, due giorni dopo, in modo tale da poter “provare” a coppare qualche pezzo che non verrà mai più riproposto.

Lo store Supreme a Parigi

Ditemi se questo non è “Saper fare marketing”.


ROMA MILANO 1-1, SCARPA AL CENTRO

Il 18 dicembre 2018 il noto negozio di sneaker milanese OneBlockDown ha aperto un suo store a Roma, in via Margutta, a soli 400 metri da Holypopstore.
Già si parlava di una loro apertura nella capitale da settembre 2018, quando uno dei fondatori di OBD, Patrizio Vita, ha pubblicato delle stories su Instagram dei lavori in corso.

Adesso però è Holypopstore che passa all’attacco! Infatti, già da settembre 2018 sono iniziati i rumors di una papabile apertura del suddetto negozio a Milano.
Sarà forse una coincidenza che i rumors dell’apertura di entrambi i negozi siano iniziati nello stesso periodo?
Non si può sapere con certezza, ma certamente l’apertura di OBD a Roma ha creato non pochi problemi allo sneaker store capitolino, in quanto uno dei più affermati e rinomati negozi romani è adesso minato dalla presenza di un altro store, che vende pressoché articoli simili, a soli pochi passi di distanza.

Dove aprirà? Vicino OneBlockDown? O si allontaneranno dal Duomo? Riuscirà una realtà romana a infastidire l’attività milanese?
Sarà vera questa fuga di notizie? Noi siamo sicuri di sì, ma per sicurezza seguiteci per rimanere aggiornati!

LA MODA CHIAMA, LACOSTE RISPONDE

Nel 1933 René Lacoste fonda l’omonimo brand che ha come immagine di riferimento il coccodrillo.

Negli ultimi anni la scelta stilistica di Felipe Oliveira Baptista è rimasta la stessa: una linea sportiva, casual e il più pulita possibile.
Adesso però, dopo l’addio di Felipe, è stata Louise Trotter a disegnare la collezione Autunno-Inverno 2019.

Solo al primo sguardo la differenza rispetto alle precedenti linee è enorme, infatti anche Lacoste ha voluto aggiornarsi ai trend del momento.
Colori e oversize fit caratterizzano i nuovi capi di abbigliamento del brand francese.

Patchwork TrackSuit di Louise Trotter disegnata per Lacoste

La designer afferma di essersi ispirata ad alcune figure storiche del brand: René Lacoste, il giocatore di golf Simone Thion de la Chaume ed infine Suzanne Lenglen, giocatrice di tennis.

Non vi è bisogno di un occhio attento per notare che gran parte della collezione riprende molte forme e volumi del designer Raf Simons, ma ormai chi non lo fa?
In ogni caso, Louise Trotter ha creato veramente un’ottima produzione, sarà però in grado di mantenere alto il nome del brand? Lo vedremo solamente nelle prossime stagioni.

A CHE ORA CHIUDE LUISA VIA ROMA? PT.1

Forse non tutti sanno che LVR è stata fondata nel 1930 da una signora distinta di nome Luisa Jaquin, nella stessa location, allo stesso indirizzo di dove è situata oggi.

Una degli assortimenti, aggiornati ogni tot. settimane e a seconda della stagione.

Luisa iniziò dai cappelli per signora, ma dopo qualche anno si allargò alla porta accanto cominciando a vendere capi di abbigliamento, spinta dal marito, sempre per donne e uomini distinti. Per il fatto che sia sopravvissuta alla guerra e al passaggio davanti alle sue porte di Repubblichini, Nazisti e, in seguito, Alleati, è diventata un simbolo per chi in quella città, Firenze, voleva iniziare un’attività e cercare di essere longevo come è oggi la Boutique. 

Altro interno del negozio.

Certo, immaginare che da una porta sia diventato un palazzo a tre piani con ristorante e lounge bar annessi, con marchi che vanno da “Patrizia Pepe” – marchio fiorentino – fino ad arrivare a marchi come “Vetements” e “Balenciaga”, che generalmente vendono solo e unicamente nei propri store monomarca, fino ad arrivare al marchio milanese – di impronta americana – “Off-White”.

Terrazza, Ristorante e Lounge Bar situato al 3^ piano.

Non si può negare che sia un negozio sempre “step-ahead”, con una scelta di capi all’ultima moda e che propone nuovi designer alla propria clientela. Quasi come a dettare una legge assoluta sulla scelta di brand famosi e rinomati, optando, molte volte, sulla decisione di inserire nel proprio store brand meno conosciuti e mescolarli a sopra citati grandi marchi, facendoli risultare come dei pezzi da avere per forza nel proprio armadio.

Rumors danno in chiusura lo storico negozio di Via Roma dopo la precedente chiusura di quello di Prato e da clienti, ci chiediamo se il nipote di Luisa, Andrea Panconesi, che aprì il sito nel 2000  “luisaviaroma.com“, destinato alla vendita online – che gestisce anche lo store fisico che vive da circa 90 anni, che è stato vetrina di centinaia di brand, milioni di clienti, colosso mondiale della moda e del beverage, non si sia stufato di aprire e chiudere la serranda.

Una delle tante vetrine sponsorizzate – Luisa Via Roma
Andrea Panconesi, che durante gli studi, nel 1968, in occasione di un viaggio a Parigi, conobbe Kenzo Takada, designer di Kenzo, e la boutique divenne il primo store in Europa a vendere come terzo il marchio giapponese.

Per finire, ma anche per continuare, “forse”, perché noi non ci fermeremo nel chiedercelo e nel chiedertelo, caro Andrea, quando e, soprattutto, a che ora vorrai chiudere la cara e famosa Boutique della nonna? Forse il prossimo giugno al concerto del caro Lenny Kravitz in Piazza della Repubblica, organizzato in occasione dei vostri 90 anni in collaborazione con Kangol? Vorrai darci lì la grande notizia oppure la vuoi ancora tenere segreta?

Se vuoi potremmo pensarci noi, senza problemi, senza costi e, soprattutto, senza impegno. Aspettiamo soltanto un codice sconto, visto che ormai l’unica cassa dove, dalla fine del 2019, potremmo venire a pagare sarà la pagina di check-out del vostro sito online, visto gli introiti che nel 2016 l’e-commerce ha sviluppato: su 120 milioni di fatturato, il 90% lo devi al sito online… Noi delle domande ce le stiamo ponendo.

La storia si ripete, prima Colette e poi Luisa Via Roma: Luisa avrà una seconda vita, Colette, purtroppo, l’ha spezzata.

Aspettiamo tue notizie,

Un bacione

Firmato: Andrea Baiocco, DraftinMag

 

KARL LAGERFELD

All’alba della fashion week di Milano, ci ha lasciato uno dei più grandi geni della moda, dell’ispirazione e della creatività che sia mai esistito.

I capelli bianchi, la coda di cavallo, gli occhiali da sole scuri, i guanti di pelle e i colletti dritti – Karl Lagerfeld un gigante della generazione che ha cambiato totalmente il volto della moda nel 20° secolo. 
Scomparso all’età di 85 anni, come una vera diva, una settimana prima dell’apertura della fashion week di Parigi.
Lagerfeld fin dagli anni ’80 coprì la posizione di designer artistico di Chanel. Dal ‘65 seguì la parte artistica della casa italiana Fendi e in più portava avanti il suo marchio. 

Fu uno dei pochi direttori creativi al mondo a creare ogni anno 14 collezioni per brand diversi. 

“Lagerfeld rappresenta lo spirito della moda: irrequieto, sempre impaziente, sensibile e affamato di cambiamenti nella nostra cultura”, afferma la sua collega e amica in più direttore di “Vogue” Anna Wintour.

Se ne è andata un’icona, amata e discussa: e quello è un vuoto che non si colmerà facilmente. Senza il leggendario stilista, fotografo, illustratore, artista, designer, icona pop e fashion superstar si può affermare con totale sicurezza che il mondo della moda non sarà più lo stesso.

MORTO IL RIVOLUZIONARIO DEL DESIGN, ALESSANDRO MENDINI

Tutto il mondo dell’arte è in lutto per la scomparsa di ieri sera del noto architetto e grandissimo espero di design, Alessandro Mendini. 
Artista visionario e protagonista di una rivoluzione del design del secondo dopoguerra, nato nel 1931 a Milano, dove si era laureato in Architettura al Politecnico.
Tra le molteplici opere, deve la sua celebrità alla poltrona Proust, del 1978, per Alchimia edizioni e design. Le innumerevoli collezioni di oggetti firmati Alessi , come il cavatappi Anna G, oltre ai tanti manufatti firmati dalle più grandi aziende di design italiane e internazionali, come per esempio la lampada Amuletoper Ramun.

Ottenne molti riconoscimenti importanti nella sua vita: la nomina a Chevalier des Arts et des Lettresin Francia, l’European Prize for Architecture Awards, due Compassi d’Oroe la laurea honoris causaal Politecnico. 

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