Federico Baroni – La musica di strada che incontra lo streetwear

Federico Baroni, classe ’93, è cantautore e busker nato a Cesena e cresciuto a Rimini. A 18 anni si trasferisce a Roma per continuare gli studi e a 21 comincia a scrivere i suoi primi inediti e a suonare in strada. Nel 2015 intraprende un Summer Tour da busker per le strade di tutta Italia, accompagnato da due videomaker che documentano l’esperienza, i cui video si possono trovare su YouTube.

Nel 2016 viene notato dai giudici di “X-Factor”, che lo portano ai Boot Camp. Nel 2017, dopo aver lasciato un demo a Maria De Filippi, viene scelto ed entra ad “Amici”. Dopo l’esperienza televisiva inizia subito a suonare su importanti palchi per grandi brand (Bulgari) ed eventi (Grand Prix Formula E su Italia 1). A gennaio 2018 pubblica con Artist First il suo primo singolo, “Spiegami”.

Venerdì 5 aprile è uscito il suo primo disco ufficiale e ad oggi è 22esimo nelle classifiche italiane tra i dischi più venduti.

Noi di DrafitnMag abbiamo deciso di intervistarlo, ponendogli alcune domande che vanno dalla musica alla moda, proprio per capire questo suo rapporto con la moda, che sappiamo andare a braccetto con la musica, dalla trap all’indie, soprattutto con lo streertwear, di cui Federico è un appassionato, come ci ha detto, da molti anni, vestendo anche diversi brand non facilmente reperibili quando ha cominciato con questa passione.

Da dove comincia tutto, la tua passione per la musica e, quindi, l’idea di cominciare dalla strada?

F: “E’ cominciato tutto quando mi sono trasferito a Roma e ho iniziato il percorso universitario alla LUISS, tant’è che l’idea iniziale era quella di studiare… ahahah. Poi mi sono avvicinato alla musica relativamente tardi, a 20 anni, e ho iniziato a fare lezioni di canto quasi per gioco con la mia insegnante, Marta, la quale mi ha instradato nel mondo della musica, invitandomi a suonare uno strumento. 

Ho deciso, quindi, di scegliere la chitarra e da lì ho scritto i miei primi pezzi, da cui è partita questa passione smisurata che mi ha portato a scegliere di voler fare solo musica, solamente dopo aver studiato. Ho una laurea triennale e un Master of Music alla LUISS.

Quindi, una volta avuto un piano B al sicuro, mi sono concentrato soltanto sulla musica. Diciamo che in questo modo, quasi per caso, è cominciata questa mia passione.

Per quanto riguarda l’idea di cominciare dalla strada, partire come artista di strada, è stata frutto di un viaggio all’estero di 2 mesi a Liverpool in cui provai per la prima volta a suonare per strada. Da lì mi sono appassionato e mi sono detto di volerlo fare una volta tornato a Roma. Da lì, settimane dopo settimane, primo Summer Tour, lo Street Tour a Londra e tutto quello che è venuto insomma…”

A: “Quindi hai fatto “tutto da solo”, senza che ci fosse qualcuno dietro, è stata una tua idea e basta?”

F: “Sì, sì, tutto da solo. Sia la gestione dei social, sia il fatto di scegliere in che città e in quale strada suonare: ero un pò il manager di me stesso. Il Summer Tour fu quasi tutto autofinanziato: è partito tutto postando i video su YouTube e grazie alla visibilità che stava crescendo ho firmato il mio contratto discografico con Artist First e a costruire  step by step un progetto, secondo me, molto solido sul quale loro mi stanno seguendo non solo come artista, ma anche come persona, cosa molto importante per me”.

Credit: Mattia Greghi

Ho visto il tuo Summer Tour su YouTube e ti volevo chiedere cosa ti avesse dato e cosa ti è rimasto, cosa ti sei sentito. 21 date consecutive insomma…

F: “L’esperienza del Summer Tour è stata incredibile, è stata davvero una mazzata: un mese, abbiamo vissuto in 3 in un camper, con i videomaker che dopo tre giorni volevano lasciare e tornare a casa, assurdo vero?!

A parte tutto, questo è un tipo di esperienza che sicuramente ti forma, sia come artista, sia, e soprattutto, come persona, e ripensandoci 3/4 anni dopo dici tra te e te: “cosa abbiamo fatto?!”… Sono quelle esperienze che fai all’inizio, quando non ti importa di dormire 3/4 ore a notte e pensi solo a quello. Fu davvero una bellissima esperienza e da lì ho capito che comunque suonare per strada era la cosa che mi dava maggiore soddisfazione sicuramente”.

Adesso ci spostiamo sull’abbigliamento. Ho visto dalle tue storie e dai tuoi post che il tuo è un modo abbastanza ricercato di vestirsi. Ricercato nel senso che cerchi quei brand, o per lo più alcuni pezzi di brand, anche conosciuti, che però altri non hanno e che rispecchiano molto la tua personalità. 

Questo tuo modo di vestirti è legato al fatto di essere un artista di strada “moderno” o è solo legato a un tuo precedente background streetwear?

F: “Guarda, in realtà chi suona per strada non tende molto a vedere come si veste, anche perché veramente pochi hanno “la fortuna” di farlo come me, molti lo fanno per sopravvivenza e campano con i soldi che riescono a fare durante la giornata. 

Il fatto dell’abbigliamento streetwear riguarda più una passione personale, da quando stavo a Rimini, sono tanti anni ormai. Il fatto di suonare per strada ha influenzato, sicuramente, il modo di vestirmi, quasi anche da skater o, comunque, legato al mondo underground. A me, per dirti, piace molto vestirmi sia con un pantalone Baggie, un pò largone, sia con un jeans skinny e una t-shirt bianca, insomma, sempre legato a quel mondo “streetwear”  e “urban”. 

Mi piace molto anche andare a cercare qualcosa di particolare, magari anche di brand conosciuti come possono essere Carhartt o Vans. Al momento, come ti dicevo, mi vesto principalmente con Ripndip, Jordan e Kappa perché riflettono molto lo stile skate, street, graffiti, quello stile che sto cercando di portare anche nella musica: diciamo quel genere che può essere definito “Graffiti Pop”, di cui c’è anche una playlist su Spotify.

Se ti posso dire, non è stata mai una cosa costruita, è stato sempre il mio modo di vivere “la moda”, se mi concedi questo termine: mi metto, per dirti una cazzata, il calzettone del Principe di Belair non per farmi vedere ed essere appariscente, ma mi metto colorato perché rispecchia il mio modo di essere e di vivere. E’ un interesse che ho sempre avuto”.

A: “Non è quindi una cosa legata alla musica, come fanno molti altri tuoi colleghi?”

F: “No no… certo, poi ora sappiamo benissimo quanto sia importante l’abbigliamento e l’immagine che mostriamo, soprattutto attraverso i social, ma diciamo che la mia è una cosa che è venuta molto così, molto naturale. Sono molto contento che tu, che lavori in questo ambito, abbia apprezzato il mio modo di vestirmi, grazie mille!”

Proprio rispetto a questo, hai uno stilylist dietro che decide per te il modo di vestirti agli instore e ai live, oppure fai tutto da solo? Come funziona?

F: “In realtà faccio tutto io… ahahaha. Kappa questo periodo mi sta mandando dei vestiti, non sono però sponsor. Essendo il mio stile, alla fine decido tutto io, nonostante ci sia Giada dietro che mi fornisce materiale come, appunto, Kappa.

Nei videoclip anche decido il vestiario di ognuno, da quello che devo indossare a quello che verrà indossato dai ballerini, come nel caso del video di “Non Pensarci”. Ultimamente mi focalizzo molto anche sulle magliette di Hockey e Football Americano, molto oversize, anche, e soprattutto, nei negozi vintage. Quando viaggio, tendo sempre a cercare dei negozi particolari che abbiano un particolare tipo di vestiario, non solo vintage.”

Conosci altri cantanti, anche di tua stretta conoscenza, o Youtuber di Milano e non solo che si vestono in questo modo, con i quali vi scambiate consigli o vi date delle dritte? Che seguano, in un certo senso, anche il tuo sound e il tuo tipo di musica.

F: “Come ti dicevo, in realtà il mio modo di vestirmi è stato influenzato molto dalla mia città natale, Rimini, perché c’è veramente tanta ricerca, al contrario di quanti possano pensare: se si pensa alla moda e alla ricerca del vestiario si pensa subito a Milano, come tutti ben sanno… A Rimini, appunto, ci sono veramente tanti negozi in cui è facile trovare, nonostante la grandezza della città,   un tipo di abbigliamento ricercato, che fanno indumenti/abiti sartoriali, derivante anche da materie prime riciclate, in un certo senso “uniche nel loro genere.Lo stile di Rimini è molto vicino al mio modo di vestire.

Diciamo che di quelli che conosco che sono vicini a me nel modo di vestire e di cantare ti posso citare Damso, francese, e Frah Quintale, piuttosto che i vari cantanti Trap. Rispetto a loro io tendo a tenere un vestiario diverso, sempre legato allo streetwear, ma non con quel tipo di brand: sono di fascia molto elevata e tendono quasi ad allontanarsi da quello che era la cultura streetwear come magari noi skater o altri l’abbiamo sempre interpretata. Per ciò che mi concerne, io voglio rimanere su brand di buona qualità che anche a livello di budget siano più vicini a me e a chi mi ascolta, soprattutto per il fatto di essere ancora legato a quella cultura di strada che cerco di esprimere anche nelle mie canzoni: proprio perché per me lo streetwear deve essere alla portata di tutti.”

Ringrazio Federico Baroni per avermi dato l’opportunità di intervistarlo e avermi dato la possibilità di conoscerlo meglio.

Spero che questa intervista vi abbia interessato. E’ la prima di una lunga serie e, sono sicuro, ne vedrete delle belle.

Firmato: Andrea Baiocco

Dropout – Milano. Intervista ai fondatori: Kola Tytler e Andrea Canziani

Lo streetwear ormai è una passione per tutti, ma noi di Draftin siamo voluti andare a Milano per sentire due ragazzi con il secondo negozio di Reselling d’Italia e il primo a Milano, Dropout, i cui fondatori, Kola Tytler e Andrea Canziani, si sono sottoposti ad alcune domande, facili, ma scomode.

1. Com’è nata l’idea e perché è nata?

K: “L’idea di Dropout nasce da una mia passione, e di altri ragazzi conosciuti negli ultimi anni, di portare a Milano un concetto nuovo, sulla base di quelle che erano le nostre esperienze sia nel mondo delle streetwear, sia del reselling, e non solo. E’ nata perché io e il mio socio, Andrea, abbiamo visto l’opportunità di creare un negozio fisico in una scena che era quella del reselling, a Milano”.

2. Come si è sviluppata e che tipi di investimenti sono stati fatti?

K: “In realtà già io, Andrea, Federico e Stefano avevamo parlato, in maniera molto vaga, della possibilità che ci fosse un negozio di reselling a Milano. Poi a Primavera ho contattato Andrea con un’idea più seria e strutturata, anche se entrambi eravamo alle prime armi e alla prima attività. Da qui abbiamo messo su un team e, attraverso un grande iter burocratico, ci siamo riusciti.

Da lì abbiamo ricercato tutto ciò di cui necessita un negozio, soprattutto un designer che ci aiutasse per l’immagine del negozio.

Riguardo gli investimenti sono interamente nostri e non abbiamo ricevuto nessun fondo esterno”. 


3. Le prime scarpe che avete cominciato a vendere, come le avete ottenute? Comprando a Resell e vendendo a un prezzo maggiore o subito comprando a retail e partecipando alle Raffle?

K: “Per quanto riguarda me, la prima scarpa che ho venduto a prezzo di Resell, perché altre le avevo già vendute, è stata la Yeezy Boost 350 “Turtle Dove”, quando vinsi la Raffle a Londra. Kanye venne all’evento e firmò le scatole. Avevo quindi il paio autografato e lo riuscì a vendere dopo qualche settimana. Da allora me ne pentii e, poiché al tempo lavoravo e avevo una determinata disponibilità, decisi di comprare un altro paio, non autografato, e da lì con tutte le release successive ero più propenso ad acquistare più paia, in modo tale da poterne tenere un paio e venderne un altro, così da ripagare il primo”.

4. Come gestite il canale social?

K: “L’abbiamo gestito noi fino a oggi (giorno dell’intervista), ma abbiamo deciso di prendere contatti con un’agenzia che si occuperà di strutturare le immagini in maniera più ordinata, più corporate”.

5. Avete qualche altro negozio in Italia o all’estero (Kola a Londra)?

K&A: “No no, nessuno dei due. Io, Kola, ho lavorato con altri negozi a Londra e a Parigi”.

6. Com’è il mondo dello streetwear per voi? E com’è vissuto secondo voi in Italia?

A: “Che domanda ampia ahahaaha. In Italia, per certi versi, essendo la capitale della moda, è “il primo gradino”. E’ anche vero che le mode le inventano in Italia, ma le indossano in altri Paesi, come se sotto questo aspetto arrivasse dopo. Detto ciò, non abbiamo nulla a che invidiare all’estero, sia dal punto di vista della produzione , sia dell’inventiva, che è italiana, anche se poi le presentazioni le fanno a Miami piuttosto che qui. Non mi sento di dire che all’Italia manchi qualcosa. 

Sicuramente l’Italia è sempre in via di sviluppo nell’ambito streetwear e dei ragazzi, dei giovani.

Per quanto riguarda a “come la vivo io”, ti posso dire che la vivo come un mestiere, innanzitutto, dato che Dropout è il nostro lavoro e, in generale, la vivo bene, mettendo a disposizione del cliente che entra e chiede quel “poco che conosco” e “quel poco che ho”. Devo dire che i clienti spesso sanno già, attraverso altri canali, che magari possono essere i vari influencer e youtuber, i quali lanciano un pò la moda e la fanno seguire, che cosa vogliono prendere”.

K: “Per quanto mi riguarda, prendo lo streetwear come una passione che ho da sempre, anche se ultimamente è più mainstream rispetto a quanto lo potesse essere 10 anni fa.

In Italia, in termini di qualità, inventiva, produzione credo che sia al pari di altri Paesi, se non addirittura avanti. Per il pubblico, per un pubblico più generalista, in Italia arriva in ritardo, arriva a tutti un pò dopo, rispetto a Inghilterra e Stati Uniti, anche se questo dipende molto da un fattore linguistico: lo dimostra il fatto che gli stessi brand italiani, emergenti e non, si relazionano di più all’estero, in primis Stati Uniti, Inghilterra e poi Italia, proprio perché possono riferirsi a un pubblico più ampio”.

7. Avete mai comprato fake e che ne pensate di coloro che vendono fake?

K: “A me hanno provato a rifilare 3-4 volte delle paia fake, di cui una volta a un Meet Up e, riconoscendole, gliele lasciai. Due volte tramite spedizione e in entrambe hanno perso scarpe e soldi: una la regalai a un barbone, dopo aver rimosso lo swoosh, in modo tale che nessuno lo attaccasse per togliergli le scarpe pensando potessero essere vere, e una ce l’ho ancora in macchina e non so cosa farci, se bruciarla o fare la stessa cosa che ho fatto con l’altro paio”.

8. Che pensate degli influencer o dei fashion blogger (o aspiranti), che comprano solo streetwear per cavalcare la wave e magari avere approvazione sociale sui social?

K: “Io non mi sento di giudicare chi segue le mode, perché alla fine siamo un pò tutti vittime delle mode, di qualsiasi tipo. Un influencer è solo una persona che seguendo la moda fa il proprio mestiere, quindi per approcciarti e raggiungere il maggior numero di persone bisogna portare quello che è in tendenza”.

9. Siete felici di quello che state facendo?

K: “Io personalmente tantissimo, la soddisfazione è tanta, sin dal primo giorno di apertura. Devo ringraziare tutte le persone che vengono, comprano, ci chiedono le foto e ci scrivono anche in DM”.

10. Perché avete deciso di aprire a Milano? Quale opportunità vi sta dando, soprattutto in termini di popolarità?

K: “Sia perché è una città più proiettata verso l’estero, sia per il mood, per i brand esistenti qui a Milano etc. Altrove un negozio simile già c’era (Roma) e per il fatto che Andrea e Federico sono di Milano e conoscono l’ambiente

11. Quali sono i pezzi a cui siete più affezionati?

K: “Io le “Air Yeezy 2 Sp Red October” e, soprattutto, un paio di “Air Max 97” in collaborazione con Eminem e firmate da Eminem, le “Nike Mag” e un paio di “Adidas HU NMD Pharrell x Chanel”, a cui sono affezionato perché è un regalo che ricevetti”.

A: “Per quanto riguardo quelle a cui sono più affezionato, anche io “Air Yeezy”, perché coincide un po’, se vogliamo, con la nascita del mercato italiano, e mio personale, del reselling, quindi di rivendita. In realtà nasce tutto con Jordan, però quella collab tra Nike e Kanye West, e le tre scarpe con le 3 colorazioni differenti, diciamo che ha fatto nascere questo “giochino”.

Poi, naturalmente, sono affezionato per circostanze di cui ti parlo dopo, alla Reverse Shattered Backboard con lo Swoosh Reverse, per ovvie ragioni ahaha”.

12. Il pezzo pagato di più, anche personale?

K: “Il mio “Nike Mag”, prezzo 9000 euro”

A: “Io anche, ma l’ho venduta, anche se comprata allo stesso prezzo di Kola e Air Yeezy, che avevo comprato, ma non erano della mia taglia, le ho rivendute e dopo anni le ho ricomprate”.

13. Siete sempre disponibili a ricevere offerte dai venditori privati per un paio di scarpe etc.?

K&A: “Sì e no, valutiamo principalmente in conto-vendita”.

14. Alcuni pezzi che sono nel negozio sono vostri personali e avete deciso di venderli o solitamente avete più pezzi? Quali caratteristiche bisogna avere per poter aprire un negozio del genere?

K: “Quando abbiamo aperto, lo Stock era interamente nostro. Alcune sono da esposizione, hanno un certo prezzo, e se qualcuno paga quel prezzo la vendiamo, ma io personalmente ci sono affezionato. 

Entusiasmo, tanti fondi, conoscere il mercato, avere un team di persone capace e soprattutto l’area e la zona. Noi, rispetto a molti altri, abbiamo delle conoscenze maggiori di come funzionano alcuni brand. Io, poi, avendo lavorato con altri store di reselling, un pò dall’interno ho avuto modo di capire più cose rispetto a una persona che ci si affaccia solamente adesso”

15. Brand preferito?

K: ”Nike”

A: “Ti direi, anche se ogni volta partecipo alle estrazioni dell’app di Nike, tipo stamattina, finisco con grandi L, che mi fanno incazzare, credo Nike”.

16. Oltre a seguire Dropout, cosa fate?

A: “Io ho abbandonato gli studi anni e anni fa per intraprendere la carriera lavorativa che non era questa, che lo è diventata col tempo. Mi sono diplomato in Ragioneria e per questioni economiche, circostanze familiari e quant’altro sono andato subito a lavorare.

K: “Io studio Medicina e Chirurgia, ultimo anno, e seguo altri progetti all’estero, principalmente a Londra, dove ho investimenti differenti da questo”.

17. Le “Reverse Shattered Backboard” Nike Air Jordan 1, la scarpa valutata a 125mila euro.

A: “Le ho acquistate al Foot Locker di Milano e togliendola dalla scatola mi sono accorto, una volta comprato, che la scarpa sinistra aveva una falla, cioè lo Swoosh di Nike cucito al contrario. Pensai che era come se avessi vinto al Superenalotto ahahah”.

K: “E’ praticamente un’attrazione, non solo per chi ne sa, ma anche per chi magari, vedendola, chiede il perché di questa sua stranezza e che tipo di modello sia. Valore unico, come se fosse un’opera d’arte… e per certi versi lo è”.

18. Che consigli dareste a chi legge l’articolo

K: “Seguire le proprie passioni. Io personalmente, con la mia passione, ho fatto un investimento e ci ho creato un lavoro, qualcosa che mi ha dato delle soddisfazioni. Fate quello che vi piace e non avete paura di proporre i vostri progetti, seppur molto ambiziosi”.

Speriamo che le nostre domande siano state abbastanza soddisfacenti per voi lettori e che i nostri protagonisti siano sopravvissuti senza troppe ferite.

Sarà la prima di una lunga serie, non solo a negozi di Reselling, ma anche a personaggi, famosi e non, che vivono tutti i giorni lo streetwear e l’alta moda.

                                                                                                                                   Andrea Baiocco

OG MEETS FRANCESCO

Non si può raccontare lo streetwear con un unico punto di vista, per questo noi di DRAFTIN’ vi renderemo partecipi delle nostre chiacchierate tra amici.

La prima “vittima” di questa nuova rubrica è Francesco Paone, collezionista e appassionato da sempre, skater e, da non molto, papà.

Gli abbiamo fatto qualche domanda e le risposte sono tutt’altro che scontate. 

Allora Francesco, la prima domanda è piuttosto obbligatoria, da dove nasce tutto questo? La tua passione per le scarpe e l’abbigliamento, da dove viene?

La passione inizia nei primi anni ’90, da bambino, ammirando un amico più grande che purtroppo non c’è più e, soprattutto, guardando “The fresh Prince of Bel-Air”. Le scarpe sempre nuove, gli abbinamenti con le giacche e i cappelli sono sempre stati una grandissima fonte d’ispirazione.

Fino a qualche anno fa, tu, come tanti altri, eravate quelli “strani” sempre con le scarpe da ginnastica, sempre vestiti un po’ diversi. Come ti sei sentito quando lo streetwear è diventato una moda e sono arrivate le masse?

Bella domanda.

Sono molto deluso dalla moda oggi, non ho mai accettato di far parte della massa, ho sempre ricercato un mio stile personale. Ho sempre cercato di essere diverso, negli anni ’90 tutti mi prendevano in giro per i vestiti oversize, i cappelli girati e le collane d’oro. 

Oggi è diverso, non è più una passione o un’identità, ma una moda e questo porta con se una sorta di business e di show off sui social, ma soprattutto un popolo di personaggi che spendono montagne di soldi in capi firmati, pensando di avere knowledge e cultura, ma finendo per mostrare uno stile che non esiste e sarà sempre artificioso, io, continuo per la mia strada indossando quello che mi piace ed i complimenti che ricevo mi fanno sempre molto piacere.

E lo skateboard? Ha influito in questa tua passione, o sono arrivate prima le scarpe?

Prima era tutto collegato, lo skate, il rap, i graffiti e il basket. Il primo skate l’ho avuto a 4 anni, era un giocattolo, andavo avanti e indietro sul marciapiede tutto il giorno. Lo skate c’è sempre stato. Mi ha salvato la vita tenendomi lontano da giri strani, mi ha dato libertà di espressione e mi ha fatto incontrare gente fantastica e mi ha insegnato anche a contare solo su me stesso, perché poi alla fine sei da solo sulla tua tavola. L’abbigliamento è arrivato insieme, perché anche sullo skate ho sempre cercato di portare il mio stile, i miei cappelli e le mie scarpe, volevo sempre essere me stesso.

Come dici tu una volta era tutto collegato, l’abbigliamento dipendeva da chi eri, da che persone frequentavi, oggi lo streetwear è quasi una corrente unica. Che ne pensi?

Prima c’erano i bboy, i coatti, i pariolini, i surfisti e tutti erano molto identificabili, era una scelta, volevi fare parte di un gruppo e dovevi essere accettato. Era la vita vera mica i social. Oggi conta solo avere l’ultimo pezzo tra le mani, senza neanche chiedersi cosa sia, è un mondo di cui ormai faccio parte a modo mio, cercando come sempre di essere diverso da una massa di copie di copie di copie di copie…

E l’alta moda che si avvicina sempre di più allo streetwear?

Per me non esiste, punto, però purtroppo oggi la gente si lascia influenzare dai personaggi sbagliati, che a loro volta non hanno un vero background.

Tu sei uno sneakerhead, ma adesso sei anche padre, hai una famiglia e una vita come tutti, come riesci a combinarle con una passione che è tutt’altro che economica?

A 36 anni, con un lavoro, una compagna e un figlio, spesso non è facile arrivare a fine mese e la passione va messa da parte. Anni fa persi il lavoro, la mia prima preoccupazione furono le scarpe, ci sono stati momenti in cui ho dovuto scegliere tra mangiare e comprare l’ennesimo paio. È stata una lezione importante per me. Per fortuna la vita mi ha anche ripagato di molte cose, ho un figlio di quasi due anni e adesso compro scarpe per me e lui.

Qual è la tua scarpa preferita, non necessariamente la più vecchia che hai o la più costosa, ma quella che per te è speciale?

Air max 95 neon, senza dubbio, me la sono anche tatuata, la volevo quando avevo 12 anni. Rappresenta un periodo importante della mia vita, la aveva un mio carissimo amico, ma al tempo non riuscii a comprarla. Per me è la storia della air max, la avevano tutti i ragazzi più grandi ed averla significava essere uno di loro.

Ultima domanda, a bruciapelo, quella che non hai e assolutamente vorresti?

Air MAG, bellissima, ma costosissima, ma sarebbe veramente una grande aggiunta alla mia collezione. 

Speriamo di aver chiesto tutto a Francesco e speriamo che questa nuova rubrica vi sia piaciuta, aspettatevi nuove puntate e nuove vittime.

Stay tuned. 
Lollo Scottone

MALEDETTI RESELLERS

OK, forse cosi è troppo, ma quante volte l’avete, anzi, l’abbiamo sentita in giro o letta sui social? Ma da dove arriva tutta questa avversione? Perché i resellers sono cosi odiati nella scena? Ma soprattutto è sempre stato così?

Fino a qualche anno fa, non era semplice per tutti mettere le mani su scarpe e capi d’abbigliamento limitati ed erano molto più frequenti le regional releases oppure instore only. E’ qui che entrava in gioco il “reseller”, quello vero (quello OG), con i contatti nella città o nello store dove viene venduto il nostro grail e di certo è l’unica persona affidabile, in grado di farcelo avere. Ovviamente questo è solo un esempio, le sfaccettature nella figura del reseller sono molteplici, ad esempio, bisogna essere in grado di capire quali siano i pezzi su cui investire, quelli che avranno una tiratura bassa a fronte di una richiesta alta; non bisogna aver paura di “stockare” un oggetto in attesa che ne salga il valore, ma soprattutto, quello che non viene mai detto è che nel 90% dei casi, il reseller, non è altro che un appassionato come noi, spesso con una conoscenza altissima del settore. 

Allora perche tutti li odiano, se li odiano? La realtà è molto diversa da cosi, perché i bersagli dell’odio, sempre se di odio si può parlare, non sono i resellers, ma i resellini, una figura completamente diversa.

Generalmente minorenne, o comunque molto giovane. Il resellino compra tutto quello che esce, per rimetterlo poi in vendita sui gruppi Facebook nel giro di nemmeno mezza giornata, ad un prezzo maggiorato generalmente di 50€ al massimo, il suo potere d’acquisto è dettato dai soldi che mamma e papà elargiscono e la sua conoscenza della materia è pressoché nulla. 

Tutto questo porta ad una situazione surreale, gli e-shop dei brand sono vuoti, ogni item, più o meno, è sold out, ma quasi tutto si può trovare ad un prezzo maggiorato da qualche privato, il tutto in nome di un effimero guadagno e di una passione che facciamo anche fatica a definire tale. 

Probabilmente “MALEDETTI RESELLERS” non è un titolo così adatto, andrebbe corretto in “MALEDETTI RESELLINI” 

V.I.P. PASS

Scoprire la nuova release di una sneaker è sempre bellissimo, si comincia con le prime immagini che trapelano online, le prime indiscrezioni e i primi commenti, poi la cortina di fumo si dirada, le scarpe cominciano a vedersi meglio, il tam tam online aumenta fino alle foto ufficiali, corredate dal giorno di uscita. 

Il bello viene ora, perché con in mano la data di uscita e la storelist, c’è da comprare la scarpa. Per chi frequenta questi ambienti da un po più di tempo voleva dire una cosa, camp out o, al massimo, una release online “first come, first served”, ma adesso, a causa della richiesta elevatissima i metodi sono cambiati. 

I negozi si sono dovuti ingegnare alla ricerca di una soluzione, sono cosi nate le liste v.i.p., o i members only club, portando quindi la “meritocrazia” nel mercato delle sneakers, perché nessuno nega che sia giusto tenere da parte un prodotto ai proprio clienti, ma è altrettanto giusto negare del tutto un prodotto ad altri? E quando per essere all’interno di queste ambitissime liste c’è da pagare una quota annuale? È altrettanto giusto?

Generalmente la risposta sta nel mercato dei reseller, che vedono la quota annuale, o l’obbligo di acquistare merce per un determinato valore, come parte dell’investimento necessario, quasi stessero pagando di più le scarpe. 

Chi viene veramente danneggiato da questi meccanismi è l’appassionato comune, quello che deve infilare l’ennesima sneaker tra la bolletta della luce e l’affitto, o che essendo giovanissimo, consegna la pizza con il motorino pur di non chiedere ai genitori i soldi per l’ennesimo paio e, proprio queste sono le persone che poi, alla fine, per avere la scarpa finiscono per comprarla resellata. 

Spesso, a questo punto, alcuni decidono di iniziare a comprare più o meno qualsiasi cosa, rivendendo quello che non gli interessa, pur di essere su quella lista, in un perverso meccanismo che somiglia ad un gatto che si morde la coda, una gara dove chi vince è il fortunato che potrà spendere i propri soldi.


LABELS OF THE FUTURE: ITALIAN EDITION

Siete stanchi dei soliti Supreme, Palace, Bape e chi più ne ha più ne metta?
Con questa rubrica proverò a farvi conoscere alcuni brand di ricerca che non tutti conoscono.

1) Come primo brand ho scelto “Bonsai”. 
Un brand di origine bolognese molto sconosciuto che ho scoperto quasi un anno fa. Di loro apprezzo lo stile minimalista, che mira alla realizzazione di un prodotto in cui semplicità e ricerca del dettaglio sono in perfetta armonia. 

Bonsai Shop
Instagram: @bonsaibonsai

2) Passiamo al prossimo: “Rold Skov”. 
Sembra un marchio straniero, ma è molto più italiano di Supreme Barletta. Ho avuto il piacere di conoscere il designer, nonché fondatore e rappresentante di sé stesso (ovvero rifornisce lui in prima persona tutti i negozi che vendono il suo marchio). Tutto creato e prodotto in Italia, con uno stile particolare difficile da definire, molto “savage” e nord-europeo. 
Non avendo né uno shop online o uno store ufficiale, vi lascio la lista dei rivenditori autorizzati.
Stocklists
Instagram: @rold_skov

3) Nel terzo punto ci sono due brand italiani che ultimamente sono stati lasciati da parte. Si tratta di “Diesel” e di “Replay”. Nonostante i nomi americani, sono italianissimi. Nell’ultima collezione Diesel si è superata offrendo uno stile super streetwear, mantenendo alta la sua qualità. Replay lo consiglio in particolare per il suo tessuto chiamato “hyperflex”, ovvero un tessuto elastico, che permette la comodità anche a persone leggermente in sovrappeso. 
Diesel Shop
Replay Shop
Instagram: @diesel & @replay

4) Il quarto brand italiano è realizzato da dei giovani ragazzi. Si chiama “Tadpole” e la loro ultima collezione è costituita esclusivamente da materiali 3M Reflective, quel materiale che si illumina la notte se colpita da dei fasci di luce quali il flash o le luci delle automobili. 
Tadpole Shop
Instagram: @tadpole.official

CONSIGLI PER GLI ACQUISTI

La pubblicità ed i testimonial esistono da sempre, in ogni settore ed è ovvio che nessuno si stupisca quando ad esempio Cristiano Ronaldo ci consiglia delle lamette o George Clooney il caffè o tantomeno quando facendo zapping ci imbattiamo nelle televendite dei materassi. Il discorso cambia radicalmente però quando la pubblicità diventa occulta. 

@larolagosta

Il mondo dello streetwear è ampio e variegato, pieno di personaggi che si occupano proprio di questo, recensire e commentare gli outfit, parlando di qualità dei tessuti, del concept alle spalle di un pezzo di abbigliamento e di tutte quelle informazioni che fanno impazzire noi nerd dell’abbigliamento. 

E se fosse tutto finto? Se ci fosse qualcosa di “artificiale” dietro?

Andiamo con ordine. Su internet si può trovare qualsiasi cosa, consigli per cucinare, per giocare ai videogiochi e, appunto, per vestirsi. Come per l’informazione però, anche nel nostro campo esistono le fake news, seppur con forma diversa. Molto spesso infatti, fake non è la notizia, ma chi la diffonde, personaggi riciclati, con poca passione e spesso ancor meno cultura, pagati dai brand e dagli store per consigliare o sponsorizzare un determinato prodotto, ma sempre in un modo che sembri spontaneo e disinteressato.

È un tipo di comunicazione da cui stare in guardia, diversa da quella a cui siamo abituati, non è più semplice pubblicità, ma è pubblicità mascherata da amichevoli consigli, di cui forse nemmeno avremmo bisogno se fossimo più noi stessi.  

La verita è che siamo soltanto insicuri, dobbiamo ricominciare a comprare ed indossare quello che ci piace, a prescindere dal prezzo e dagli “esperti”, che molto spesso con noi non condividono nemmeno la passione. 

LABELS OF THE FUTURE

Siete stanchi dei soliti Supreme, Palace, Bape e chi più ne ha più ne metta?
Con questa rubrica proverò a farvi conoscere alcuni brand di ricerca che non tutti conoscono.

1) Come primo brand ho scelto un marchio londinese non molto conosciuto qui in Italia, che ha più o meno gli stessi prezzi di Supreme. Il nome è “Thames”, e presenta una vasta gamma di scelta tra magliette, felpe, polo e addirittura dress tennistici femminili. 
Recentemente ha collaborato con il famoso marchio Fred Perry, facendo uscire una linea di abbigliamento che univa il casual con lo streetwear.
Thames Shop
Instagram: @thames

2) Il secondo brand che mi sento di consigliarvi è americano e si chiama “Blacktailor”. Ultimamente ha prodotto dei pants e degli shorts in tessuto tecnico molto accattivanti e con un fit abbastanza particolare. 
Blacktailor Shop
Instagram: @blacktailor.store

3) Il terzo brand è sempre americano e si chiama “Second Layer”. I prezzi di questo brand non sono alla portata di tutti, ma fidatevi, rapporto qualità prezzo pazzesco.
Second Layer Shop
Instagram: @secondlayer_us

4) L’ultimo brand è di Los Angelis e dovreste conoscerlo di più, si tratta di “C2H4”. C2H4 è un brand di abbigliamento maschile originario di Los Angeles. Il loro concept è strettamente legato alla chimica e al minimalismo.
Le loro creazioni rappresentano un mix tra diversi elementi: il prodotto che ne viene fuori è qualcosa di assolutamente inedito. Ogni collezione C2H4 racconta una storia sul mondo. Invidiabile il vest tattico, il cui costo però si aggira sui 200€.

C2H4 Shop
Instagram: @c2h4

ARE YOU SERIOUS?

Nessun settore può sfuggire alle leggi di mercato, nemmeno lo streetwear, è quindi normale che un oggetto a bassa tiratura e molto desiderato veda il suo prezzo schizzare alle stelle, ma facciamo un piccolo passo indietro. 

Lo streetwear, come dice la parola stessa, nasce dalla strada e da tutte quelle sotto culture che la popolavano e la popolano tutt’ora, ma con pochissimi soldi a disposizione, è cosi ad esempio che nascono le t-shirt lunghe fino alle ginocchia e i jeans baggies, semplicemente ereditando i vestiti dai fratelli maggiori. 

Negli ultimi anni la corrente si è invertita, l’abbigliamento street è stato sdoganato, l’attenzione della clientela è moltiplicata ed i prezzi sono schizzati alle stelle, ma non i prezzi di vendita, bensì quelli del reselling, una rivendita selvaggia e senza senso, applicata ad ogni articolo senza alcuna distinzione, con la consapevolezza che si venderà comunque. 

Probabilmente è più il compratore a favorire tutto ciò, ma quando la trattativa va in porto è un affare soprattutto per il repeller, improvvisato o meno che sia.

Le lamentele sui prezzi sono all’ordine del giorno, ma senza qualcuno disposto a pagare la ruota smetterebbe di girare e forse si tornerebbe un po’ più vicini all’origine dello streetwear, perché è un controsenso spendere migliaia di euro per vestirsi seguendo una corrente che nasce dalla povertà, nel momento in cui spendiamo 500€ per un paio di scarpe possiamo ancora parlare veramente di streetwear o probabilmente il gioco è cambiato e noi non ce ne siamo accorti?

Creato su WordPress.com.

Su ↑