MALEDETTI RESELLERS

OK, forse cosi è troppo, ma quante volte l’avete, anzi, l’abbiamo sentita in giro o letta sui social? Ma da dove arriva tutta questa avversione? Perché i resellers sono cosi odiati nella scena? Ma soprattutto è sempre stato così?

Fino a qualche anno fa, non era semplice per tutti mettere le mani su scarpe e capi d’abbigliamento limitati ed erano molto più frequenti le regional releases oppure instore only. E’ qui che entrava in gioco il “reseller”, quello vero (quello OG), con i contatti nella città o nello store dove viene venduto il nostro grail e di certo è l’unica persona affidabile, in grado di farcelo avere. Ovviamente questo è solo un esempio, le sfaccettature nella figura del reseller sono molteplici, ad esempio, bisogna essere in grado di capire quali siano i pezzi su cui investire, quelli che avranno una tiratura bassa a fronte di una richiesta alta; non bisogna aver paura di “stockare” un oggetto in attesa che ne salga il valore, ma soprattutto, quello che non viene mai detto è che nel 90% dei casi, il reseller, non è altro che un appassionato come noi, spesso con una conoscenza altissima del settore. 

Allora perche tutti li odiano, se li odiano? La realtà è molto diversa da cosi, perché i bersagli dell’odio, sempre se di odio si può parlare, non sono i resellers, ma i resellini, una figura completamente diversa.

Generalmente minorenne, o comunque molto giovane. Il resellino compra tutto quello che esce, per rimetterlo poi in vendita sui gruppi Facebook nel giro di nemmeno mezza giornata, ad un prezzo maggiorato generalmente di 50€ al massimo, il suo potere d’acquisto è dettato dai soldi che mamma e papà elargiscono e la sua conoscenza della materia è pressoché nulla. 

Tutto questo porta ad una situazione surreale, gli e-shop dei brand sono vuoti, ogni item, più o meno, è sold out, ma quasi tutto si può trovare ad un prezzo maggiorato da qualche privato, il tutto in nome di un effimero guadagno e di una passione che facciamo anche fatica a definire tale. 

Probabilmente “MALEDETTI RESELLERS” non è un titolo così adatto, andrebbe corretto in “MALEDETTI RESELLINI” 

V.I.P. PASS

Scoprire la nuova release di una sneaker è sempre bellissimo, si comincia con le prime immagini che trapelano online, le prime indiscrezioni e i primi commenti, poi la cortina di fumo si dirada, le scarpe cominciano a vedersi meglio, il tam tam online aumenta fino alle foto ufficiali, corredate dal giorno di uscita. 

Il bello viene ora, perché con in mano la data di uscita e la storelist, c’è da comprare la scarpa. Per chi frequenta questi ambienti da un po più di tempo voleva dire una cosa, camp out o, al massimo, una release online “first come, first served”, ma adesso, a causa della richiesta elevatissima i metodi sono cambiati. 

I negozi si sono dovuti ingegnare alla ricerca di una soluzione, sono cosi nate le liste v.i.p., o i members only club, portando quindi la “meritocrazia” nel mercato delle sneakers, perché nessuno nega che sia giusto tenere da parte un prodotto ai proprio clienti, ma è altrettanto giusto negare del tutto un prodotto ad altri? E quando per essere all’interno di queste ambitissime liste c’è da pagare una quota annuale? È altrettanto giusto?

Generalmente la risposta sta nel mercato dei reseller, che vedono la quota annuale, o l’obbligo di acquistare merce per un determinato valore, come parte dell’investimento necessario, quasi stessero pagando di più le scarpe. 

Chi viene veramente danneggiato da questi meccanismi è l’appassionato comune, quello che deve infilare l’ennesima sneaker tra la bolletta della luce e l’affitto, o che essendo giovanissimo, consegna la pizza con il motorino pur di non chiedere ai genitori i soldi per l’ennesimo paio e, proprio queste sono le persone che poi, alla fine, per avere la scarpa finiscono per comprarla resellata. 

Spesso, a questo punto, alcuni decidono di iniziare a comprare più o meno qualsiasi cosa, rivendendo quello che non gli interessa, pur di essere su quella lista, in un perverso meccanismo che somiglia ad un gatto che si morde la coda, una gara dove chi vince è il fortunato che potrà spendere i propri soldi.


CONSIGLI PER GLI ACQUISTI

La pubblicità ed i testimonial esistono da sempre, in ogni settore ed è ovvio che nessuno si stupisca quando ad esempio Cristiano Ronaldo ci consiglia delle lamette o George Clooney il caffè o tantomeno quando facendo zapping ci imbattiamo nelle televendite dei materassi. Il discorso cambia radicalmente però quando la pubblicità diventa occulta. 

@larolagosta

Il mondo dello streetwear è ampio e variegato, pieno di personaggi che si occupano proprio di questo, recensire e commentare gli outfit, parlando di qualità dei tessuti, del concept alle spalle di un pezzo di abbigliamento e di tutte quelle informazioni che fanno impazzire noi nerd dell’abbigliamento. 

E se fosse tutto finto? Se ci fosse qualcosa di “artificiale” dietro?

Andiamo con ordine. Su internet si può trovare qualsiasi cosa, consigli per cucinare, per giocare ai videogiochi e, appunto, per vestirsi. Come per l’informazione però, anche nel nostro campo esistono le fake news, seppur con forma diversa. Molto spesso infatti, fake non è la notizia, ma chi la diffonde, personaggi riciclati, con poca passione e spesso ancor meno cultura, pagati dai brand e dagli store per consigliare o sponsorizzare un determinato prodotto, ma sempre in un modo che sembri spontaneo e disinteressato.

È un tipo di comunicazione da cui stare in guardia, diversa da quella a cui siamo abituati, non è più semplice pubblicità, ma è pubblicità mascherata da amichevoli consigli, di cui forse nemmeno avremmo bisogno se fossimo più noi stessi.  

La verita è che siamo soltanto insicuri, dobbiamo ricominciare a comprare ed indossare quello che ci piace, a prescindere dal prezzo e dagli “esperti”, che molto spesso con noi non condividono nemmeno la passione. 

ARE YOU SERIOUS?

Nessun settore può sfuggire alle leggi di mercato, nemmeno lo streetwear, è quindi normale che un oggetto a bassa tiratura e molto desiderato veda il suo prezzo schizzare alle stelle, ma facciamo un piccolo passo indietro. 

Lo streetwear, come dice la parola stessa, nasce dalla strada e da tutte quelle sotto culture che la popolavano e la popolano tutt’ora, ma con pochissimi soldi a disposizione, è cosi ad esempio che nascono le t-shirt lunghe fino alle ginocchia e i jeans baggies, semplicemente ereditando i vestiti dai fratelli maggiori. 

Negli ultimi anni la corrente si è invertita, l’abbigliamento street è stato sdoganato, l’attenzione della clientela è moltiplicata ed i prezzi sono schizzati alle stelle, ma non i prezzi di vendita, bensì quelli del reselling, una rivendita selvaggia e senza senso, applicata ad ogni articolo senza alcuna distinzione, con la consapevolezza che si venderà comunque. 

Probabilmente è più il compratore a favorire tutto ciò, ma quando la trattativa va in porto è un affare soprattutto per il repeller, improvvisato o meno che sia.

Le lamentele sui prezzi sono all’ordine del giorno, ma senza qualcuno disposto a pagare la ruota smetterebbe di girare e forse si tornerebbe un po’ più vicini all’origine dello streetwear, perché è un controsenso spendere migliaia di euro per vestirsi seguendo una corrente che nasce dalla povertà, nel momento in cui spendiamo 500€ per un paio di scarpe possiamo ancora parlare veramente di streetwear o probabilmente il gioco è cambiato e noi non ce ne siamo accorti?

NO MONEY NO HELP

La situazione attuale di questo mondo è sotto gli occhi di tutti, camp out che finiscono in risse, ragazzini che si improvvisano reseller per mettersi in tasca 20€ e gente che racconta in televisione di fare “anche più di 3000€ al mese”, ma è sempre stato così?

No ragazzi, ovviamente no. A differenza di quello che si vede oggi, questo è un mondo semplice, fatto di gente normale che ha in comune una passione anormale e costosa, ma che ha sempre cercato di darsi una mano a vicenda. 

https://www.instagram.com/larolagosta/

Esistono storie incredibili, di scarpe, o qualsiasi altro oggetto, che ha volato da una parte all’altra del mondo, solo per fare una cortesia a qualcuno, sono nate amicizie fraterne tra persone che non si sarebbero mai incontrate senza le sneakers di mezzo, poi un giorno si è rotto tutto. 

Nel momento in cui le sneakers sono finite ai piedi delle celebrità del momento, questo universo ha iniziato a perdere pezzi, tutti quelli che non si erano mai interessati alle sneakers hanno iniziato a guardarle, ad informarsi ed a rendersi conto che esistevamo noi, gli sneakerhead, disposti a pagare cifre folli per i nostri grail e, come gli squali, molte di queste persone hanno sentito l’odore del denaro. 

Tutto ha un prezzo, rapporti umani compresi e spesso vengono negati favori o addirittura scavalcate persone in virtù di un guadagno irrisorio. Non è questa la direzione che dovevamo prendere, dovremmo davvero fermarci un secondo e chiederci se è questo il movimento di cui vogliamo fare parte, anche se la risposta dovrebbe essere piuttosto scontata.

MA NON SONO UGUALI?

Ogni sneakerhead che possa definirsi tale ha sentito questa domanda almeno un centinaio di volte nella sua vita, senza mai riuscire a dare una risposta che fosse soddisfacente per una persona “normale”, perché è ovvio che la risposta sia NO, ma è altrettanto vero che continuiamo a comprare scarpe pressoché uguali da, almeno alcuni di noi, più di trent’anni. 

Un dettaglio, non serve davvero cambiare altro, un solo dettaglio basta a farci letteralmente impazzire, che sia un colore, una scritta o una data, noi non abbiamo bisogno di altro, perché in fondo viviamo di emozioni, ed è effettivamente emozionante pensare di indossare la stessa scarpa con cui Jordan ha vinto la gara delle schiacciate, addirittura con la suola segnata nel punto in cui ha staccato da terra. 

Tutti noi abbiamo inconsciamente delle corde da toccare, ad esempio ricomprare proprio quel paio di scarpe che da ragazzini non potevamo avere, o quella scarpa che abbiamo usato talmente tanto fino a consumarla, oppure quelle che avevamo in una giornata speciale della nostra vita, non esiste una regola vera e propria, ognuno ha la sua e per ogni scarpa è diversa. 

Alla fine, forse, una risposta l’abbiamo trovata, continuiamo e continueremo a comprare sempre le stesse scarpe, ma ogni volta per motivi diversi, che sia un dettaglio, una storia, un’emozione o un ricordo, e per favore, lasciatecelo fare. 

ROCK OR STOCK

Il più grande dilemma da quando l’uomo inventò la sneaker, o il cavallo direbbe qualcuno, ed è ovvio che la miglior soluzione sarebbe sempre “ONE TO ROCK ONE TO STOCK”, ma guardiamo in faccia la realtà, nessuno tra noi comuni mortali può farlo ogni volta che vorrebbe ed è così che arriviamo alla prima vera “divisione” tra sneakerhead, indossare o stockare. 

Tirarle fuori dal box, toccarle, infilarle e poi allacciarle per la prima volta, fino alla parte difficile, la porta di casa, poi però quando finalmente siamo fuori, le nostre scarpe sono bellissime, tutti le guardano e tutti le invidiano. A noi basta un po’ di attenzione: evitiamo di camminare sulle pozzanghere, “no li non parcheggiamo che è tutta terra!”, mi sembra scontato, non andiamo nei locali affollati perché potrebbero pestarcele per poi tornare a casa e pulirle subito, ma continueranno ad essere sempre le più belle di tutte e anche se ogni volta ci perdiamo dieci anni di vita, ne varrà sempre la pena. 

L’alternativa c’è, ovviamente, come sempre, le scarpe restano nel box, inutilizzate, ogni tanto le tiriamo fuori per guardarle, sono sempre bellissime come il primo giorno, le amiamo a tal punto da non utilizzarle mai per non rovinarle, per non intaccare quella perfezione che solo la fabbrica riesce a donargli e che a noi tanto piace. 

Cosi finiamo troppo spesso per non usare le nostre scarpe preferite, per non fare del male a loro ne facciamo a noi, negandoci l’estremo piacere di indossarle ed a loro la possibilità di farsi qualche segno del tempo, qualche ruga, proprio come succede ad una bellissima donna quando invecchia, facendosi più bella e più affascinante. 

La verità assoluta, al solito, non esiste, ognuno ha la sua e ci sta bene così, che ognuno si goda questo fantastico disturbo che abbiamo, come gli pare, che tanto a sembrare quelli strani siamo abituati.

IN PRINCIPIO ERANO LE SNEAKERS

Sappiamo ogni cosa di una scarpa, oggi, chi e quando l’ha disegnata, perché, quando e dove verrà venduta e qualsiasi altra curiosità abbiamo. Facile, nel 2019. E prima? Prima gli innamoramenti avvenivano in maniera diversa, andavamo in un negozio senza sapere cosa avremmo trovato e c’era lei, la sneaker per noi, oppure, nella versione sfortunata delle cose, vedevamo una scarpa in giro e poi iniziava la ricerca, descrivendo le scarpe in giro e sperando di trovarle in qualche negozio. Adesso questa difficoltà non esiste, possiamo trovare tutto quello che cerchiamo su internet, eppure, finiamo, troppo spesso, per essere attratti tutti dalle stesse sneakers lasciandoci prevaricare dell’hype.

Nell’ultimo mese abbiamo visto dei ragazzi aggrappati alla parete di un Nike lab e dubito lo stessero facendo per le scarpe. Ci piace molto lamentarci di come il “grande pubblico” ci veda, ma noi non stiamo assolutamente facendo niente per sembrare migliori, anzi andiamo a dire a Striscia la notizia che guadagnamo più di uno stipendio medio (smh), perché è molto più semplice che stare a spiegare la storia d’amore ogni volta diversa che c’è dietro ogni scarpa.

È arrivato il momento di dire quanto è bello l’odore di ogni paio nuovo, di come ogni volta che mettiamo le scarpe nuove al piede è come perdere di nuovo la verginità, dobbiamo riprendere a parlare di che cosa veramente anima questo movimento, raccontare perché una scarpa ci fa venire le farfalle allo stomaco e smettere di parlare di soldi, perché alla fine, questa, è una passione che viene da lontano, da bambini, quando il denaro non esisteva ma le scarpe belle si. 

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